Cpr, il Sant’Orsola difende i medici. Cucchi: «Conversazioni acquisite dal pm, non mi fermo»
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Redazione Interno
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Bologna si mobilita attorno all’inchiesta della procura di Ravenna sui presunti certificati falsi redatti per evitare il trasferimento di migranti nei Centri di permanenza per i rimpatri. Cinque avvocati — Francesca Cancellaro, Sonia Lama, Mariaelena Monaco, Salvo Tesoriero e Maria Virgilio — hanno assunto la difesa dei medici coinvolti, sostenendo che nei certificati contestati non ci siano falsificazioni ma «ascolto, cura e una valutazione professionale in piena autonomia». La loro posizione è che la cura dei più deboli non possa mai configurarsi come reato.
Le conversazioni di Cucchi e l’articolo 68
Sul fronte politico è intervenuta la senatrice di Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Cucchi, che in un post su Facebook ha reso noto come il pubblico ministero di Ravenna abbia acquisito le sue conversazioni telefoniche con Nicola Cocco, l’infettivologo indagato per associazione a delinquere.
«Caro Pubblico ministero di Ravenna che sta indagando sui medici nei Cpr, lei ha compiuto un atto che va contro l’articolo 68 della Costituzione, e lo ha fatto consapevolmente», ha scritto la senatrice, riferendosi alla norma che disciplina le immunità parlamentari e richiede l’autorizzazione della Camera di appartenenza per intercettare le comunicazioni di un parlamentare.
Cucchi ha aggiunto di percepire l’acquisizione come «un’intimidazione», precisando però di non avere «niente da nascondere» e di non voler smettere di occuparsi della materia e di lavorare contro quella che ha definito un’istituzione fatta di «realtà inutili e disumane».
La difesa dell’infettivologo indagato
Nicola Cocco, infettivologo ed esponente della Società italiana di medicina delle migrazioni, è l’unico medico attualmente indagato nel filone che ha portato a 23 perquisizioni in nove città. Ai giornalisti ha spiegato che la sua attività si è sempre svolta «sotto la luce del sole», attraverso incontri pubblici, convegni e articoli, e che la campagna sulla patogenicità dei centri non ha mai avuto come obiettivo quello di istigare i medici a produrre certificati falsi.
«Vogliamo chiamarla disobbedienza civile?», ha dichiarato, rivendicando la volontà di scatenare un dibattito etico e deontologico sulle condizioni dei trattenuti. Quanto alla cosiddetta mappatura citata negli atti, ha precisato che si tratta di una mappa di Google Maps con i luoghi da cui erano arrivati contatti per iniziative pubbliche, non di un elenco di professionisti militanti.
Il modulo contestato e le perquisizioni
Al centro dell’ipotesi accusatoria c’è una «bozza di modulo per la valutazione di non idoneità alla vita nei Cpr», documento prestampato che secondo la procura di Ravenna sarebbe circolato tra i sanitari di diverse città, da Bologna a Roma, da Matera a Bari, da Ferrara a Livorno. Per la pm Angela Scorza l’utilizzo dello stesso schema dimostrerebbe l’esistenza di un coordinamento nazionale finalizzato a impedire i rimpatri attraverso certificazioni di non idoneità. I medici coinvolti, in gran parte infettivologi ma anche psichiatri, hanno subito perquisizioni locali, personali e informatiche.
Uno degli psichiatri perquisiti ha spiegato di aver utilizzato quel modulo per una decina di dinieghi su circa 200 visite effettuate in anni di attività, definendo la percentuale «molto bassa».
La posizione della Federazione degli Ordini
Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici, Filippo Anelli, che ha espresso vicinanza ai colleghi coinvolti e ha invitato ad attendere gli accertamenti della magistratura nel rispetto della presunzione di innocenza. Anelli ha ribadito che i medici non sono ausiliari delle politiche di sicurezza ma professionisti della cura, il cui mandato è tutelare la salute e la dignità di ogni persona.
La Federazione aveva già auspicato una modifica normativa che separi nettamente l’atto medico dalla decisione amministrativa sul trattenimento nei centri, per evitare che il giudizio clinico finisca per entrare in conflitto con finalità di sicurezza che non competono ai sanitari.
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