«La necrosi di cervello e fegato non si verifica in una morte per arma da fuoco»: la nuova indagine sulla scomparsa di Kurt Cobain ipotizza l’omicidio del frontman dei Nirvana
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Redazione Cultura e Spettacolo
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A più di trentun anni da quel 5 aprile 1994 — e dal successivo ritrovamento dell’otto aprile — la ricostruzione ufficiale della morte di Kurt Cobain, avvenuta nella sua abitazione di Seattle affacciata sul lago Washington, è stata formalmente contestata da un team indipendente di scienziati forensi che ha pubblicato le proprie conclusioni sull’*International Journal of Forensic Science*. La ricercatrice Michelle Wilkins, che ha coordinato il gruppo di lavoro assieme al noto specialista Brian Burnett — figura con decenni di esperienza nell’analisi di scene del crimine e già coinvolta in altri casi controversi come quello del colonnello dei marine James Sabow — ha illustrato al *Daily Mail* i dieci punti che, a suo giudizio, proverebbero come il cantante non si sia tolto la vita, ma sia stato invece vittima di un omicidio messo in scena per simulare un suicidio. L’autopsia eseguita all’epoca dal medico legale della contea di King, infatti, stabilì che la causa diretta del decesso fosse un colpo di fucile — un Remington Model 11 calibro 20 del peso di quasi due chili e mezzo — autoinflitto, nonostante la presenza nel sangue di una quantità di eroina dieci volte superiore a quella comunemente associata a un’assunzione ricreativa; i nuovi esami, tuttavia, ribaltano quella lettura.
I segni sull’organismo e la ricostruzione della dinamica
Secondo l’analisi condotta da Burnett e Wilkins, diversi elementi riscontrati sul e riportati nei referti autoptici sarebbero incompatibili con una morte istantanea provocata da una scarica di pallettoni. La necrosi del tessuto cerebrale e la degenerazione del fegato, spiega Wilkins, non sono tipiche delle vittime di armi da fuoco, bensì di soggetti deceduti per overdose: il danno d’organo deriva da un prolungato stato di ipossia, quella carenza d’ossigeno che si verifica quando il centro respiratorio viene deprimendosi gradualmente sotto l’effetto degli oppiacei. La presenza di liquido nei polmoni e le emorragie petecchiali a livello oculare — entrambe segnalate nei documenti originali — rafforzerebbero, nel parere degli esperti, l’ipotesi che Cobain fosse già in coma farmacologico al momento dello sparo, e che qualcuno abbia atteso la sua totale incoscienza prima di accostargli la canna alla testa e premere il grilletto. La scena del crimine, inoltre, appare ai ricercatori eccessivamente ordinata: il kit per l’eroina, completo di siringhe e cucchiaio, fu rinvenuto a diversi metri di distanza dal corpo, con gli aghi ricalzati nei rispettivi cappucci. «Dovremmo credere che una persona la quale si sia appena iniettata una dose letale — chiosa Wilkins con tono secco — abbia rimesso a posto tutto con cura, come se stesse sparecchiando la tavola? I suicidi veri sono disordinati, caotici. Questa era una scena pulita, studiata a tavolino».
Il posizionamento dell’arma e la falsificazione del biglietto
Ulteriori incongruenze riguardano la balistica e la posizione del fucile. La mano sinistra di Cobain — lui era mancino — risultava avvolta attorno alla volata, una presa che, secondo i protocolli di ricostruzione seguiti dal team, avrebbe impedito il corretto funzionamento del meccanismo di espulsione del bossolo; eppure un talloncino esaurito fu rinvenuto sopra un mucchio di vestiti, sul lato opposto a quello in cui sarebbe dovuto cadere se l’arma fosse stata imbracciata normalmente. Non solo: quella stessa mano era quasi del tutto priva di tracce ematiche, un’anomalia definita da Burnett «biologicamente impossibile» in un suicidio con arma lunga, dove il reflusso di sangue e tessuti investe inevitabilmente le dita. Le fotografie mostrano anche una vistosa macchia di sangue sull’orlo inferiore della camicia, una posizione che — sempre secondo i forensi — sarebbe giustificabile soltanto se il fosse stato sollevato e trasportato dopo il decesso, con il capo reclinato in avanti. Quanto alla lettera d’addio, l’indagine calligrafica condotta in via privata distingue due fasi e due mani diverse: la parte superiore, effettivamente autografa di Cobain, non contiene alcun riferimento esplicito al suicidio, limitandosi ad annunciare la sua intenzione di abbandonare i Nirvana; le quattro righe finali, invece, presentano un tratto più incerto, ingrandito e irregolare, che Wilkins definisce «un’aggiunta posticcia, scritta da qualcuno che intendeva indirizzare il contenuto verso una confessione di morte volontaria che nel testo originale non esisteva».
La posizione delle autorità di Seattle e il caso giudiziario
Nonostante la pubblicazione del rapporto su una rivista sottoposta a revisione paritaria e la risonanza mediatica internazionale garantita dall’intervista al tabloid britannico, tanto l’ufficio del medico legale della contea di King quanto il dipartimento di polizia di Seattle hanno ribadito, per bocca dei rispettivi portavoce, l’assenza di qualsivoglia intenzione di riaprire il fascicolo. «L’autopsia fu completa e le procedure seguite allora sono quelle tuttora in vigore — ha dichiarato un rappresentante dell’istituto di medicina legale —. Il nostro ufficio si dichiara sempre disponibile a riconsiderare le proprie determinazioni qualora emergessero prove inedite, ma finora non è stato portato alla nostra attenzione nulla che giustifichi una revisione del caso». Analoga la replica della polizia di Seattle, i cui investigatori chiusero l’inchiesta nel 1994 classificando il decesso come suicidio, una posizione che — è stato precisato — «continua a essere quella del dipartimento». Wilkins, dal canto suo, ha chiarito che l’obiettivo del team non è la richiesta di mandati d’arresto né l’indicazione di presunti colpevoli, bensì una verifica scientifica dei dati: «Se stiamo sbagliando, lo dimostrino con altrettanti elementi. È tutto ciò che abbiamo chiesto».




