Il giallo Cobain trentadue anni dopo: Seattle archivia la perizia indipendente, ma le incongruenze restano

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Non era mai accaduto, almeno non con questa meticolosità e con questo crisma accademico, che un gruppo di consulenti esterni alle istituzioni mettesse nero su bianco — sulle pagine dell’International Journal of Forensic Science — una serie di rilievi tecnici destinati a scardinare la versione consegnata alla storia la mattina dell’8 aprile 1994, quando un elettricista trovò il Corpo senza vita di Kurt Cobain nella serra della sua villa sul lago Washington. Eppure, a trentadue anni di distanza da quel gesto che doveva chiudere l’era del grunge con la tragica poetica del Club 27, l’ipotesi del suicidio torna a vacillare sotto il peso di dieci elementi che i periti indipendenti giudicano incompatibili con un atto autolesivo.

A guidare la revisione, durata tre giorni, è stato Brian Burnett, specialista forense già confrontatosi con casi complessi in cui l’overdose si intrecciava a ferite da arma da fuoco; al suo fianco, la ricercatrice Michelle Wilkins ha esaminato fotografie, referti autoptici e la dinamica ricostruita nel 1994. Il quadro che ne emerge è quello di una scena del crimine — perché di questo si tratterebbe, se l’ipotesi reggesse — fin troppo ordinata: la siringa riposta con cura, i bossoli allineati ai piedi del quasi fossero stati disposti da una mano aliena, lo scontrino d’acquisto del fucile e quello dei proiettili entrambi infilati nella tasca del musicista. “Se uno vuole che tu sia assolutamente certo che sia suicidio, mette in scena un film”, ha dichiarato Wilkins, e il cortocircuito logico è proprio questo: la messinscena, quando è troppo perfetta, tradisce se stessa.

La scientifica, tuttavia, non si nutre di impressioni. Burnett avrebbe riscontrato danni agli organi — necrosi cerebrale ed epatica — che poco si conciliano con la morte istantanea da scarica di piombo, e che invece raccontano di un’ipossia prolungata, di un lasciato lentamente spegnersi dall’eroina prima che il colpo lo raggiungesse. Il dosaggio, si legge nei vecchi referti, era di 1,52 milligrammi per litro di sangue: una concentrazione che la letteratura definisce letale e che avrebbe reso Cobain, se non già cadavere, comunque inerme, incapace di imbracciare un fucile da sei libbre e di azionarne il grilletto, figurarsi di accarezzare la canna con una mano che, nelle immagini, appare inspiegabilmente pulita. “Nell’universo dei suicidi con arma a canne mozze, non esiste un solo caso in cui quella mano non sia irriconoscibile”, ha puntualizzato Wilkins, e l’assenza di sangue sulla pelle e sul polsino stride con la pozza che invece imbratta l’orlo inferiore della camicia, quasi che qualcuno, dopo aver sparato, abbia sollevato il busto per adagiarlo al suolo.

La risposta di Seattle non si è fatta attendere, ed è stata netta fino al limite del laconico. Un portavoce della polizia ha ribadito che “il detective concluse per il suicidio, e questa continua a essere la posizione del dipartimento”; l’ufficio del medico legale della contea di King, pur dichiarandosi astrattamente disponibile a rivalutare la pratica qualora emergessero elementi nuovi, ha negato che la perizia indipendente abbia portato nulla di tale spessore. Nessuna riapertura, dunque, nessuna indagine suppletiva.

Sul tavolo dei consulenti privati resta anche la vexata quaestio del biglietto d’addio. La grafia delle prime venti righe — quelle indirizzate all’amico immaginario Boddah, quelle in cui Cobain parlava di sciogliere i Nirvana, della mancanza di passione, della figlia Frances Bean — è stata giudicata autentica. Ma le quattro righe in calce, quelle che trasformano una lettera d’addio alla musica in un testamento spirituale con tanto di appello alla moglie e alla figlia, presentano secondo l’analisi un tratto più incerto, più grande, più “scarabocchiato”. Un’incongruenza che non sfuggì neppure a Tom Grant, l’investigatore privato ingaggiato da Courtney Love nei giorni precedenti alla morte, e che oggi qualcuno rilegge non come la progressione di una mano che cede alla disperazione, ma come la firma maldestra di un falsario.

Parallelamente al dossier scientifico, riaffiorano dai fondali della cronaca vecchie dichiarazioni che mai hanno trovato sepoltura definitiva. È il caso di Eldon Wayne Hoke, in arte El Duce, frontman dei Mentors, che nel 1997 confessò a Nick Broomfield per il documentario Kurt & Courtney di aver ricevuto un’offerta di cinquantamila dollari per uccidere il leader dei Nirvana. “Dio cane, avrei dovuto accettarli”, sogghignò davanti alla telecamera, ubriaco ma apparentemente convinto. Hoke superò persino un test della macchina della verità, e due giorni dopo quella deposizione finì decapitato da un treno merci a Riverside, in California. La morte venne archiviata come “misavventura”, e gli amici raccontarono di un piede incastrato fra le rotaie; ma il tempismo, si sa, è il sale della leggenda nera.

Tuttavia, se anche il pentolino delle teorie del complotto torna a sobbollire, le autorità giudiziarie di Seattle non hanno mutato di una virgola la loro posizione. Trentadue anni fa un medico legale stilò un rapporto, vent’anni fa un detective della squadra cold case sviluppò quattro rullini rimasti in cassaforte e concluse che non c’era nulla di nuovo sotto il sole del lago Washington, e oggi un nuovo pool di esterni non ha avuto accesso ai reperti originali ma solo a copie e referti.

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