Kurt Cobain non si suicidò, ma fu assassinato: la nuova indagine forense che contesta la versione ufficiale
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L’8 aprile del 1994, quando il Corpo senza vita di Kurt Cobain venne rinvenuto nella serra della sua villa sul lago Washington, la pratica poté chiudersi in tempi relativamente brevi: un colpo di fucile autoinflitto, una nota d’addio, un’overdose di eroina a completare il quadro di un’esistenza tormentata. La voce della generazione grunge, colui che aveva trasformato la rabbia in poesia e il disincanto in musica, era diventata il ventisettesimo nome di una lista maledetta che già includeva Jimi Hendrix e Jim Morrison. Oggi, a trentadue anni di distanza da quella primavera di Seattle, un team indipendente di scienziati forensi ha riaperto i faldoni della polizia, le lastre autoptiche e le fotografie della scena del crimine per consegnare ai giornali — e il Daily Mail ha raccolto la rivelazione in esclusiva — una conclusione destinata a infiammare il dibattito: Cobain non si tolse la vita, ma fu assassinato, e tutto attorno a lui fu meticolosamente orchestrato affinché apparisse come un suicidio.
Il e la firma silenziosa dell’overdose
La rianalisi condotta da Brian Burnett, esperto con decenni di carriera alle spalle nel trattamento dei casi complessi che incrociano overdose e trauma balistico, e da Michelle Wilkins, investigatrice indipendente che ha coordinato le verifiche per conto del gruppo privato, ha setacciato ogni singolo elemento presente nei rapporti originali. Il lavoro, sottoposto a revisione paritaria e pubblicato sull’International Journal of Forensic Science, enumera almeno dieci criticità che renderebbero scientificamente insostenibile l’ipotesi del suicidio. La prima, e forse la più dirimente, riguarda lo stato fisiologico del cantante dei Nirvana al momento del decesso: la necrosi del tessuto cerebrale e quella del fegato — danni organici minuziosamente descritti nell’autopsia del 1994 — non sono compatibili con un decesso istantaneo provocato da uno sparo. Si tratta, invece, di reperti tipici dell’ipossia prolungata, quella lenta e progressiva carenza di ossigeno che accompagna le overdose fatali da oppiacei. Cobain, stando ai referti tossicologici, aveva in una concentrazione di eroina dieci volte superiore alla dose letale; una quantità tale da indurre un coma profondo in pochi istanti, azzerando qualsiasi capacità motoria fine e, conseguentemente, la possibilità di impugnare una Remington calibro 20 dal peso di quasi tre chilogrammi, sollevarla fino al volto e azionare il grilletto.
La messinscena e l’impossibile candore di una mano
La scena del ritrovamento, annotarono i detective dell’epoca, appariva insolitamente ordinata. I proiettili erano allineati ai piedi del con precisione quasi maniacale, lo scontrino d’acquisto del fucile sporgeva dalla tasca posteriore, il kit per il consumo di eroina — siringhe incluse — riposava in una confezione perfettamente richiusa. Wilkins ha commentato questa ricostruzione con una domanda retorica che contiene in sé l’intera obiezione del gruppo forense: davvero possiamo credere che un uomo in preda a una sobrietà chimica ormai collassata abbia impiegato i suoi ultimi secondi per tappare le siringhe e riporre ordinatamente i propri effetti personali? Vi è poi il dato, a dir poco stridente, della mano sinistra. Nelle fotografie giudiziarie si vede chiaramente l’arto avvinghiato alla canna del fucile, eppure quella mano è pulita. Non una traccia di sangue, non un residuo dei tessuti lacerati dallo sparo. Burnett ha condotto comparazioni con decine di suicidi analoghi e il responso è categorico: in un trauma cranico da arma da fuoco a bruciapelo, la mano che regge l’arma viene inondata di liquido ematico, frammenti ossei e materiale biologico. L’assenza di tali tracce, unita alla presenza di una macchia di sangue localizzata esclusivamente nella parte inferiore della camicia — circostanza che suggerisce uno spostamento del cadavere già in posizione verticale — configura agli occhi degli investigatori privati una messinscena tanto palese quanto, fino a oggi, mai ufficialmente riconosciuta.
Il casquillo traditore e la traiettoria negata
Un elemento ulteriore, di natura squisitamente balistica, rafforza la tesi dell’intervento di terzi. I rilievi della polizia di Seattle collocavano il bossolo espulso dalla semiautomatica sopra una pila di indumenti, sul lato opposto rispetto alla direzione di espulsione naturale del modello Remington 11. Wilkins ha dichiarato al quotidiano britannico di aver eseguito una replica sperimentale dell’arma, giungendo a una conclusione perentoria: con la mano sinistra posizionata sul paramano — esattamente come indicato nel rapporto della Scientifica — il meccanismo di espulsione del bossolo viene fisicamente ostruito. Non solo quel bossolo non avrebbe dovuto trovarsi dove è stato rinvenuto, ma, alle condizioni date, non avrebbe proprio dovuto esistere. La presenza del bossolo costituisce, nella logica della rianalisi forense, la prova che il colpo venne esploso quando la mano non era ancora stata adagiata sull’arma; l’impronta digitale lasciata sul metallo, a detta degli esperti, sarebbe stata impressa post mortem, in una fase successiva al decesso, quando qualcuno sistemò le membra del cantante per completare il tableau vivant del suicida.
La doppia grafia e il rifiuto delle autorità
Neppure la celebre lettera d’addio, l’estremo saluto a un’infanzia immaginaria e a una carriera divenuta peso insopportabile, è stata risparmiata dal vaglio critico del gruppo indipendente. Il nucleo centrale del manoscritto, quello in cui Cobain confessa il proprio distacco emotivo dalla musica e dalla band, viene attribuito senza esitazioni alla sua mano. Le ultime quattro righe, invece — le uniche che contengono esplicitamente un riferimento all’addio al mondo e, dunque, al suicidio — mostrano una pressione del tratto diversa, un’inclinazione più incerta e una dimensione dei caratteri maggiore. L’ipotesi, suffragata dall’analisi comparativa delle grafie, è che il biglietto originario, concepito probabilmente come una semplice comunicazione d’addio ai Nirvana, sia stato successivamente alterato e interpolato da chi voleva rendere inequivocabile l’interpretazione autolesiva della morte. Nonostante la mole degli elementi addotti e la solidità del metodo scientifico impiegato, tanto la polizia di Seattle quanto l’ufficio del medico legale della contea di King hanno ribadito la propria posizione: il fascicolo rimane chiuso, la qualificazione del decesso come suicidio non viene messa in discussione, e nessuna nuova inchiesta verrà aperta. Le dichiarazioni ufficiali raccolte dalla stampa internazionale certificano un rifiuto secco, una porta sprangata senza offerta di contraddittorio. L’unica richiesta che gli investigatori privati rivolgono alle istituzioni, nelle parole di Michelle Wilkins, è di essere smentiti con altrettante prove, se davvero il loro lavoro è infondato. Per ora, l’unica risposta è il silenzio.




