Tiziano Ferro, la resa dei conti a San Siro: voce, pregiudizi e un grande rito collettivo

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La recensione del concerto di Tiziano Ferro a San Siro, tappa milanese del suo attesissimo tour "Stadi26", deve necessariamente partire da una premessa che sa di resa dei conti. Negli ultimi giorni, complice la viralità di un paio di video di pochi secondi provenienti dalla data zero di Lignano Sabbiadoro, il cantautore di Latina era stato sommerso da un’ondata di giudizi sommari che lo davano ormai per finito: senza voce, fuori forma o relegato a una supposta e imbarazzante dipendenza dal playback.

Ebbene, la prima delle due serate (sold out) andate in scena sabato 6 giugno nel tempio milanese ha spazzato via ogni dubbio, restituendo al pubblico una versione dell’artista sanguigna, emozionante e sorprendentemente pugnace, capace di trasformare quelle critiche in benzina per un live di quasi due ore e mezza.

Un guerriero da 37 canzoni

Se ci si aspetta un artista statico o provato, la realtà del palcoscenico progettato da Ferro – una struttura imponente divisa in tre sezioni con maxi schermi da oltre 60 metri e una passerella centrale – restituisce l’immagine opposta. Il cantante è apparso tirato a lucido e in grande forma fisica, smentendo platealmente le illazioni sul suo corpo circolate nei meandri dei social.

La scaletta, che conta circa 37 brani e che si chiude con il trittico iconico di "Rosso relativo", "Lo stadio" e la celeberrima "Xdono" (eseguita insieme al rapper Lazza per la versione "Xxdono"), è una cavalcata incessante che non concede tregua.

L’accusa di cantare in playback, in particolare, è stata liquidata dai fatti: l’uso dei cori pre-registrati (i cosiddetti back vocals) è una scelta di produzione comune per arricchire il sound in alcuni brani, ma la voce principale – con le sue imprecisioni umane, gli affanni durante le coreografie più spinte e gli slanci emotivi – è risultata inequivocabilmente dal vivo per l’intera durata dello spettacolo.

Milano, emozioni e la lezione di Raffaella Carrà

Al di là delle mere performance vocali, che hanno mostrato una certa "fame" da parte dell’artista nel riprendersi la scena, il momento più toccante della serata è stato quello intimo. A metà concerto, dopo aver dedicato alla sua "seconda casa" canzoni come "Accetto miracoli" e "La vita splendida", Ferro si è lasciato andare a un breve monologo in cui ha confessato di non sapere se questi potrebbero essere i suoi ultimi concerti a San Siro.

Lo ha fatto con la voce rotta dall’emozione, forse per l’unica volta in tutta la serata, quasi a voler esorcizzare un timore. Ma la vera sorpresa è arrivata dall’omaggio a Raffaella Carrà: un riarrangiamento acustico e potente di "A far l’amore" che ha fatto vibrare le 55mila persone presenti, dimostrando come certe eredità artistiche vengano custodite gelosamente.

La rivincita sul pregiudizio istantaneo

Tuttavia, al netto delle hit (dalla nostalgia di "Sere nere" all’energia di "E Raffaella è mia" che ha fatto tremare le gradinate ), ciò che emerge da questa data zero milanese è una riflessione più amara sul presente. L’intero spettacolo è stato una silenziosa e coreografica rivincita contro la cultura del frammento, quella che giudica un’intera carriera (che vanta oltre venti milioni di dischi venduti) da un video di pochi secondi estrapolato dal contesto.

Tiziano Ferro ha risposto a quella superficialità non con parole, ma con i fatti: sudando, a volte steccando una nota per la stanchezza, ma reggendo perfettamente il peso di una produzione mastodontica senza mai cedere alla tentazione del karaoke.

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