Tiziano Ferro, la data zero a Lignano tra lacrime e body shaming: il web si divide tra chi difende e chi attacca

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il ritorno di Tiziano Ferro sugli spalti, quello che per molti avrebbe dovuto essere soltanto una festa per celebrare i primi venticinque anni di una carriera costellata di successi, si è trasformato in un vortice mediatico che, come spesso accade quando si parla di fenomeni social, ha finito per assumere due facce diametralmente opposte.

Da un lato, c’è chi ha scelto di immortalare l’emozione genuina del cantante, il momento catartico in cui, sulle note struggenti de "La fine" - quel brano scritto da Nesli divenuto ormai un classico del suo repertorio - non è riuscito a trattenere le lacrime di fronte a un pubblico di oltre cinquantamila persone accorso allo stadio Guido Teghil di Lignano Sabbiadoro.

Dall’altro, molto più scomodo e purtroppo prevedibile, c’è il racconto distorto che i social network hanno propinato nelle ore immediatamente successive all’evento del 30 maggio, un racconto fatto di frammenti estrapolati dal contesto, di critiche vocali spietate e, cosa ancora più grave, di una rinnovata dose di body shaming che colpisce l’artista proprio laddove, in passato, aveva già mostrato le sue cicatrici più profonde.

Il fiatone e le critiche vocali: quando un video diventa un processo

La scintilla che ha innescato il dibattito, come spesso accade in questi casi, è stata una clip di pochi secondi destinata a diventare virale in brevissimo tempo. Sulle piattaforme, e in particolare su X, ha iniziato a circolare un filmato in cui Ferro, mentre intona l’inno generazionale "Xdono", appare visibilmente affaticato, quasi senza fiato, con una dizione che fatica a tenere il passo della base musicale.

Per molti utenti, questo è stato sufficiente per gridare al declino, con commenti che spaziavano dalla preoccupazione ("Ma che gli è successo?") alla critica più ferrea sulla sua presunta impreparazione vocale.

Quello che però sfugge a chi giudica basandosi su un frammento, e qui sta la sostanziale differenza tra l’essere spettatori e l’essere "haters", è il contesto: quella performance, come segnalato da diversi fan presenti, è avvenuta alla fine di una scaletta monstre che conta ben trentadue brani, l’ultimo sforzo dopo oltre due ore e mezza di concerto in cui l’artista non si è certo risparmiato.

C’è poi un’altra variabile, meno nota al grande pubblico ma altrettanto rilevante, legata alla salute fisica dell’artista; alcuni fan hanno ricordato come, in passato, Ferro abbia subito un intervento chirurgico alle corde vocali, un dettaglio che, se fosse tenuto in considerazione, renderebbe quei pochi secondi di difficoltà non un fallimento, ma semmai la prova di una resistenza encomiabile.

La deroga del body shaming e la difesa del parterre

Se i dubbi sulla qualità vocale possono almeno in parte rientrare nel diritto di cronaca di chi ha pagato un biglietto, la deriva più tossica scatenata dal concerto di Lignano riguarda l’aspetto fisico del cantante. In un tripudio di commenti cattivi e del tutto gratuiti, molti si sono lasciati andare a osservazioni pesanti sul corpo di Ferro, dimenticando - o facendo finta di dimenticare - il calvario mediatico e psicologico che l’artista aveva raccontato anni fa proprio in relazione al bullismo subito da ragazzo per il suo peso.

Di fronte a questa ondata di odio, che a tratti ha assunto i contorni del linciaggio collettivo, sono piovute le reazioni del mondo dello spettacolo e dei fan più affezionati; il rapper Shade, ad esempio, ha usato i suoi canali social per stigmatizzare l’accanimento, sottolineando come certa gente sia "fissata coi corpi" altrui probabilmente per "drammi irrisolti".

Anche il critico musicale Paolo Giordano ha fatto sentire la sua voce, parlando apertamente di incoerenza da parte di quegli utenti che oggi scatenano offese e domani si ergono a paladini della sensibilità quando a essere toccati sono i loro beniamini.

Lo spettacolo, la festa e la fatica della perfezione

Nel frastuono generato dai pochi secondi virali rischia di perdersi, però, la sostanza di ciò che è realmente accaduto a Lignano. Basta allontanarsi di qualche schermo per scoprire che, per la stragrande maggioranza dei presenti, la data zero dello "Stadi26 Tour" è stata un trionfo.

Lo show, lo ricordiamo, è stato pensato come un vero e proprio viaggio nella memoria collettiva, un’ora e mezza abbondante di musica dove si sono susseguiti i grandi classici come "Sere nere", "Rosso relativo" e "Imbranato", senza tralasciare gli omaggi sentiti come quello a Raffaella Carrà con "E Raffaella è mia". Una produzione imponente ha fatto da sfondo alla serata: maxi schermi lunghi oltre sessanta metri, un corpo di ballo guidato dal coreografo Carlos Kamizele e una passerella che avvicinava il cantante ai suoi fan, annullando le distanze.

Non si trattava, insomma, della ricerca della perfezione tecnica da laboratorio che spesso ci viene propinata in playback, ma dell’energia viva, pulsante e sì, a tratti imperfetta, di un artista che ha voluto restituire al pubblico l’abbraccio che mancava da tre anni.

Forse, come hanno ipotizzato alcune testate specializzate, il pubblico occidentale è talmente abituato alla pulizia dei supporti digitali e delle basi pre-registrate da non riconoscere più il suono autentico di una voce umana che si misura con la stanchezza; una stanchezza che, per chi ha attraversato le difficoltà raccontate da Ferro, è forse il segno più evidente di una battaglia vinta, non persa.

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