Addio ad Alex Zanardi, l’eredità di un “combattente” che non si è mai arreso

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La basilica di Santa Giustina, in Prato della Valle a Padova, si è riempita fino all’ultimo banco per l’addio ad Alex Zanardi. Erano in duemila all’interno, sotto le volte solenni, mentre fuori qualche centinaio di persone, riparate dalla pioggia battente, faceva da corona a un corteo silenzioso: quello degli atleti in carrozzina di Obiettivo 3, una delle opere vive – forse la più tangibile – che l’ex pilota e campione paralimpico, scomparso il primo maggio a cinquantanove anni, lascia sul campo. Il feretro di legno chiaro è stato accolto dal canto d’apertura, “Quanti miracoli sono tra noi”, e subito dopo hanno sfilato gli amici di una vita, quelli con cui ha condiviso il sudore e la fatica del ritorno. Nessuna retorica, nella liturgia laica e insieme profondamente sentita; piuttosto la concretezza di chi ha trasformato una carriera spezzata in una seconda esistenza da campione.

“Combattente, la tua essenza più vera”: la cognata e il dolore di una famiglia compatta

A prendere la parola per i parenti, davanti all’altare, è stata Barbara Manni, cognata di Zanardi. “Combattente – ha detto – credo che questa parola racchiuda la tua essenza più vera”. Una definizione asciutta, priva di fronzoli, che ha trovato eco nel silenzio della folla raccolta sotto la pioggia. Nessuna celebrazione astratta dell’eroe, piuttosto il ritratto di un uomo che ha fatto della resilienza una pratica quotidiana, senza mai trasformarla in predicazione. La cerimonia, trasmessa in diretta e seguita da migliaia di persone davanti agli schermi, ha visto alternarsi interventi brevi e intensi, tutti centrati sulla figura privata prima ancora che pubblica del campione. La famiglia, schierata compatta, non ha voluto lasciare spazio alla retorica del “mito”, preferendo restituire un uomo di carne e ossa, capace di gioie e di fragilità.

Il figlio Nicolò: “L’Alex che si fa il caffè e impasta la pizza”

Ed è proprio da questo punto di vista domestico che è arrivato il racconto più vivido, quello del figlio Nicolò. “C’è qualcosa che forse non sanno – ha esordito – un piccolo aspetto dell’Alex di casa. Non dell’Alex che vince le Paralimpiadi o i mondiali di Indy, ma l’Alex che si fa il caffè, che il sabato sera impasta la pizza, che ti guarda e dice: ascoltami, aiutami un attimo a ‘pistolare’ con lo spid che io non ci capisco niente”. Un ritratto ironico e tenero, lontano anni luce dall’immagine stereotipata del supereroe. Nicolò ha restituito un padre che sorrideva anche mentre faticava con la tecnologia, un uomo capace di ridere di sé e delle proprie goffaggini digitali. E in quel sorriso, raccontato senza enfasi, stava forse il vero miracolo quotidiano: la normalità di un campione che non si è mai sentito diverso, nemmeno dopo l’incidente che gli aveva portato via le gambe.

La folla sotto la pioggia e il lungo addio davanti alla basilica di Santa Giustina

Fuori, una distesa di ombrelli ha colorato di toni scuri il sagrato bagnato della basilica. Nonostante l’acqua, la gente non è voluta mancare: davanti al feretro hanno sfilato anche tanti sconosciuti, genitori con bambini, anziani, giovani atleti in carrozzina e non. Il dolore era evidente, ma non urlato: una commozione trattenuta, fatta di sguardi e di qualche lacrima asciugata in fretta. Accanto alla bara, sistemata simbolicamente vicino alla handbike, gli amici atleti hanno reso un ultimo omaggio a chi aveva riscritto le regole del possibile. E in quel gesto silenzioso – la carrozzina accanto al legno chiaro – c’era più di ogni discorso. La chiesa, piena, ha ascoltato in un rispetto quasi religioso le parole di chi Zanardi lo aveva davvero conosciuto, dentro e fuori dal circuito. Nessuna conclusione, nessun rimpianto esibito: solo la presenza composta di chi sa che certe eredità non si commentano, si continuano.

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