L’ultimo saluto a Padova per Alex Zanardi, sei anni di lotta e un’eredità impossibile da archiviare
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Redazione Sport
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La basilica di Santa Giustina, affacciata sul Prato della Valle, non è certo nuova ad accogliere il dolore di una nazione intera; eppure, questa mattina alle 11, il commiato da Alex Zanardi assume i contorni di una cerimonia laica quasi quanto religiosa, data la forza simbolica che l’ex pilota bolognese aveva impresso nella memoria collettiva. Se ne va, a cinquantanove anni, chi aveva fatto della "seconda possibilità" una ragione di vita, dopo che la famiglia – come annunciato nella tarda serata di ieri – ha reso noto il decesso avvenuto il primo maggio, data che inevitabilmente rievoca l’addio a un altro gigante delle corse come Ayrton Senna, a dimostrazione di come il destino talvolta ami le coincidenze più crudeli. La madre del campione, nel dare l’ultimo saluto, lo ha ricordato come un uomo "altruista e tenace", condensando in un aggettivo quella capacità quasi innaturale di trasformare le avversità – prima l’amputazione delle gambe nel 2001, poi il gravissimo trauma cranico del 2020 – in carburante per imprese straordinarie.
Sei anni di silenzio e di resistenza silenziosa
A spegnere quella "energia esplosiva" – l’unica cosa che la vita non era mai riuscita a scalfire – è stato il tempo, che alla fine ha avuto la meglio su una fibra muscolare e morale fuori dal comune. Da quando, nel giugno del 2020, la sua handbike si scontrò con un camion lungo la statale 146 nel senese, Zanardi era sostanzialmente scomparso dalle scene pubbliche, relegato in una dimensione privata fatta di lunghe degenze e riabilitazioni silenziose. Dopo il coma e il trasferimento fra varie strutture – da Siena a Villa Beretta, fino a quella di Noventa Padovana, dove risiedeva con la moglie Daniela –, la notizia delle sue condizioni era diventata un’informazione riservata, quasi un tabù mediatico per proteggere la dignità di un uomo che aveva sempre vinto raccontandosi. La sua parabola, in questi sei anni, è stata un lento stillicidio: l’autista del camion, Marco Ciacci, venne completamente scagionato e il procedimento giudiziario archiviato, mentre la famiglia continuava a vigilare su quell’esistenza ridotta all’osso, ma mai arresa.
Il valore (e la leggerezza) dell’argento condiviso
A restituire un frammento di quella schiettezza vitale ci ha pensato Francesca Fenocchio, l’atleta albese che condivise con Zanardi l’argento nella staffetta mista di handbike alle Paralimpiadi di Londra 2012. Nel suo ricordo, affiora l’immagine di un leader capace di smontare la tensione con uno sguardo o una frase semplice – "non preoccuparti, pensa solo a pedalare" – e di trasformare il pre-gara in un’occasione per ridere, come quando un bacio rubato finì sul maxi-schermo dello stadio sotto gli occhi divertiti di mezzo mondo. C’è, in quelle testimonianze, l’eredità più autentica di Zanardi: non tanto il medagliere pesante, fatto di quattro ori e dodici titoli mondiali, quanto la capacità di coniugare la prestazione massima con una leggerezza che rasentava la filosofia.
Lo stilista, il compagno e la stima che diventò moda
Anche il mondo della moda, in apparenza così distante dalle piste e dalle asfalto, ha voluto dare il proprio contributo al ricordo. Leo Dell’Orco, compagno di Giorgio Armani, ha rivelato i dettagli di un’amicizia nata quasi per caso durante una sfilata del 2018, quando Zanardi entrò a far parte dei testimonial EA7. Più che un contratto, fu un "colpo di fulmine" basato sulla simpatia e su quella che Armani stesso definiva "resilienza straordinaria". Dopo il secondo incidente, il legame si consolidò nel sostegno concreto all’associazione "Obiettivo 3", dimostrando come il carisma di Zanardi valicasse qualsiasi steccato generazionale o settoriale. La sua assenza, oggi, non è solo quella fisica di una bara che entra in basilica, ma il vuoto che lascia un uomo che alla parola "fine" non si era mai rassegnato.




