L’eredità silenziosa di Alex Zanardi tra l’asfalto del Lausitzring e le ultime parole di Tagliani
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Redazione Sport
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C’è una verità, a volte scomoda, che emerge solo quando il rumore dei motori si spegne del tutto. Alex Zanardi, lo sappiamo, è morto due volte: la prima, quella “ufficiale” e straziante, il 15 settembre 2001 al Lausitzring, quando la sua vita fisica si spezzò insieme alla monoposto sotto l’impatto devastante della vettura di Alex Tagliani. In quella domenica tedesca, mentre il sangue gli colava sull’asfalto caldo, il pilota bolognese perse entrambe le gambe in un incidente che solo per miracolo – o per una serie di interventi chirurgici d’urgenza e sette arresti cardiaci – non divenne subito un tragico necrologio. Eppure, è proprio da quel “primo” lutto, da quella ferita inferta dall’impatto perpendicolare con il collega canadese, che è germogliata la leggenda dell’uomo che rispose al dolore con una battuta.
Per anni, nei racconti sportivi, abbiamo esaltato la resilienza di Zanardi, la sua capacità di riscrivere le regole del possibile passando dai circuiti del mondiale CART alle vittorie paralimpiche in handbike. Ma ora, a distanza di tempo dall’addio definitivo (quello silenzioso del 1° maggio, avvolto nella riservatezza della famiglia), fa più rumore di tanti titoli la confessione di chi quel giorno premette l’acceleratore sbagliato. Alex Tagliani, il protagonista involontario della tragedia, ha rotto il silenzio rivelando un tormento che lo ha divorato per un quarto di secolo: i sensi di colpa, quelli veri, che non si fermano davanti a una bandiera a scacchi.
Il gesto di grandezza e il perdono silenzioso
È qui che la narrazione si fa profonda, perché a curare le ferite di Tagliani – quelle invisibili dell’anima – non fu uno psicologo, ma la vittima stessa. Nell’intervista rilasciata ad Emanuela Audisio per “Repubblica”, Tagliani ha rievocato un episodio che restituisce l’essenza di Zanardi meglio di qualsiasi medaglia. Correva l’anno successivo allo schianto: Zanardi, già aggrappato alle sue protesi, incontrò Tagliani e, con una leggerezza che sa tanto di sfida, gli mostrò gli arti artificiali scherzando: “Vedi? Sono più alto adesso”. Quella frase, così carica di autoironia da sembrare crudele se non fosse detta da chi ha toccato il fondo, fu per il pilota canadese un’assoluzione inaspettata. Un modo per dirgli che la vita, anche quella stravolta, continua, e che la colpa, seppur immensa, poteva essere depositata ai bordi della pista.
Non è un caso se, tra i tanti che hanno voluto dare l’ultimo saluto a Padova, ci fosse anche chi ha ricevuto da Zanardi molto più di un semplice insegnamento sportivo. Pensiamo a Guglielmo Capolino, l’handbiker sardo che ha perso l’uso delle gambe in un incidente stradale nel 2006. Capolino non aveva soldi per comprare una handbike da 7mila euro, ma trovò in Zanardi e nella sua associazione “Obiettivo3” una porta spalancata. “Mi ha ridato la felicità”, ha detto a chi gli chiedeva conto di quel legame, ricordando un Zanardi ironico che, dopo aver sbagliato il nome della moglie, si scusava dicendo di avere “più gambe che testa”. È in questi scambi, in queste banalità umane, che si misura l’impatto sociale di un uomo che non ha mai voluto essere un eroe statuario.
L’eredità oltre il mito del sorpasso
Mentre si susseguono i riconsiderazioni sulla sua carriera in Formula 1 e su quel famoso “The Pass” a Laguna Seca (il sorpasso impossibile che ancora oggi viene studiato come una pennellata d’autore), il vero lascito di Zanardi sembra abitare altrove. Il presidente della Repubblica e la premier lo hanno giustamente celebrato come esempio di “coraggio e dignità”, ma forse il messaggio più potente è quello che l’ex pilota ha consegnato alla società contemporanea nel bel mezzo delle battaglie sul “diritto di morire”. La sua esistenza, anche nell’ultima parte difficile – quella seguita al grave incidente in handbike del 2020 sulle colline senesi, che lo ha costretto a un lungo silenzio – è stata una dimostrazione pratica che la dignità di una persona non si misura in autonomia fisica o in “utilità sociale”.
L’handbiker sardo, nel raccontare la sua presenza al funerale nella basilica di Padova, ha lasciato trasparire una certa amarezza. Ha notato come il sacerdote abbia parlato “molto di Alex uomo e poco di Alex atleta”, e si è chiesto perché sia stato necessario un uomo solo, una sola famiglia, per creare un movimento sportivo paralimpico che avrebbe dovuto essere sostenuto da tutte le istituzioni. “Ce ne sarebbe voluta una per ogni regione”, ha detto Capolino, un’osservazione che non sminuisce il gesto del campione, ma ne evidenzia la solitudine nel fare da apripista. Zanardi ha reso lo sport accessibile a chi non lo era, ha normalizzato la disabilità con quella risata irriverente rivolta a Tagliani, e lo ha fatto senza filtri, con la stessa determinazione con cui affrontava il “Cavatappi” di Laguna Seca.
La cronaca di una morte annunciata e vissuta due volte
Quando la famiglia ha comunicato la sua scomparsa, avvenuta “serenamente” nella giornata del 1° maggio, il mondo non ha pianto solo il campione paralimpico o l’ex pilota della Williams, ma l’uomo che ha trasformato il trauma in un’arma di costruzione di massa. Il riferimento alla data, che coincide con l’anniversario della morte di Ayrton Senna, è stato un passaggio quasi obbligato per chi scrive di motori, ma la sostanza è diversa. Senna morì in macchina, in pieno volo; Zanardi, invece, ha avuto il tempo di salutare, di costruire e di assolvere. La sua seconda morte, quella avvenuta dopo anni di cure successive all’incidente del 2020, chiude un cerchio che si era aperto 25 anni prima in Germania. Tagliani può ora, forse, mettere via quel senso di colpa che lo “stava divorando”, perché quello che conta non è l’urto, ma la stretta di mano ironica che ne è seguita. E in quel gesto, incredibile e generoso, c’è tutto il riassunto di una vita che non si è mai arresa alla tristezza della cronaca nera.




