Chiara Petrolini condannata a 24 anni, la corte d’assise esclude la premeditazione solo per il primo figlio
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Redazione Interno
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Non un fremito, né una smorfia. Con la mano che reggeva una bottiglietta d’acqua – quella stessa mano che, secondo l’accusa, aveva già scavato nella terra del giardino di via Montegrappa – Chiara Petrolini ha ascoltato, impassibile, il verdetto della Corte d’assise di Parma. Al termine di una camera di consiglio che si è protratta per oltre tre ore, i giudici hanno rotto il silenzio processuale infliggendole una pena complessiva di 24 anni e 3 mesi di reclusione, da scontare ai domiciliari in attesa dei successivi gradi di giudizio, con l’aggiunta di cinque anni di libertà vigilata. La studentessa di Traversetolo, che fino alla vigilia conservava ancora lo status formale di indagata, è uscita dall’aula con la qualifica di condannata per la morte violenta di due neonati, i cui corpi furono occultati tra le radici e le siepi della sua abitazione.
La decisione dei giudici, tuttavia, introduce una cesura significativa nella ricostruzione della duplice tragedia, distinguendo i due lutti che hanno segnato la comunità alle prime falde dell’Appennino. Da un lato, la Corte ha dichiarato Chiara Petrolini non colpevole in relazione alla morte del primo figlio, Domenico Matteo, avvenuta nel maggio del 2023. In quel caso, come emerso dalle consulenze tecniche, i resti erano troppo esigui per stabilire con certezza assoluta se il bambino fosse nato vivo: l’accusa di omicidio è così caduta, derubricata in un reato di soppressione di cadavere. Dall’altro lato, per quanto riguarda il secondo parto, quello dell’agosto 2024, i giudici hanno invece ritenuto provata la volontà omicida. È per Angelo Federico, il secondo figlio che Petrolini disse di aver trovato tra le mani dopo aver ripreso conoscenza, che arriva la condanna pesante, sfiorata la richiesta di 26 anni avanzata dal procuratore Alfonso D’Avino.
Il muro della “gravidanza negata” e le controdeduzioni della procura
Sul banco della difesa, e nelle pagine dei consulti che hanno cercato di scalfire la ferocia della cronaca, la psicoterapeuta Alessandra Bramante – in forza al team dell’avvocato Nicola Tria – ha provato a sovrapporre una narrazione alternativa a quella dei corpi martoriati. Per lei, e per i consulenti che hanno esplorato la psiche della giovane, ci si trova di fronte a un classico, benché raro, esempio di "gravidanza non percepita" (o negata). Una condizione, ha spiegato la specialista al Corriere della Sera, in cui l’organismo femminile non invia i segnali classici dell’attesa, impedendo alla donna di sviluppare quella consapevolezza piena necessaria per riconoscersi come madre o per comprendere il significato del travaglio che la investe. Bramante ha insistito molto sull’accesso visivo: le fotografie scattate da Chiara poco prima dei parti – quelle che mostravano un fisico asciutto, da ragazza qualunque pronta a partire per una vacanza a New York – sarebbero la prova che nemmeno lei si vedeva incinta. Nelle sue analisi, la giovane non solo non voleva uccidere, ma, nelle parole della stessa terapista, “sarebbe stata felice di tenere quel bambino se avesse avuto coscienza della situazione”.
Tuttavia, se la difesa ha dipinto il ritratto di una mente dissociata e immatura, incapace di intendere e di volere a causa di un trauma psichico profondo, la Procura ha smontato pezzo dopo pezzo questo castello psicologico. I giudici della Corte d’assise hanno preferito allinearsi alla tesi accusatoria, che escludeva qualsiasi patologia psichiatrica invalidante per la 22enne. A tradire la presunta buona fede di Chiara Petrolini – quella che lei stessa ha definito “un vuoto che nessuno riusciva a riempire” – sono state le tracce digitali lasciate nei mesi precedenti gli eventi. Gli inquirenti hanno portato in aula le prove delle ricerche effettuate online: query su come abortire, modalità per ritardare il parto e, nei dettagli più agghiaccianti, l’interesse specifico per la sepoltura, tanto che il primo buco nel giardino sarebbe stato preparato con un certo anticipo rispetto al parto di maggio. Un comportamento che, agli occhi della legge, restituisce l’immagine di una ragazza lucida, organizzata e premeditatrice, non quella di una studentessa spiazzata dal destino.
Il giorno della sentenza, lacrime e gelo in aula
La lettura del dispositivo, avvenuta in un’aula gremita, ha fotografato l’abisso umano di una vicenda senza vincitori. Il padre di Chiara, alla pronuncia della pena, non ha trattenuto la disperazione: è scoppiato in lacrime, un pianto disperato che la moglie e alcuni amici presenti hanno tentato di schermare con giacche e borse, quasi per proteggere l’uomo dall’assalto dei flash dei fotografi schierati all’esterno. Dall’altra parte del cordone di sicurezza, l’ex fidanzato della 22enne, Samuel, il padre di quei due bambini che non ha mai potuto tenere in braccio, ha assistito con il volto scavato, tradito in primis dalla scoperta di una doppia vita che Chiara gli aveva tenuto nascosta per oltre un anno. L’avvocato Monica Moschioni, che lo rappresenta, ha parlato di una ferita che non si rimarginerà, sottolineando come Samuel si sia sempre sentito un estraneo in quella vicenda, escluso dalla gestione di un dolore che, paradossalmente, resta soltanto suo.
Mentre i genitori di Petrolini uscivano scortati, cercando di sottrarre il volto alle telecamere, dalla folla dei sostenitori della giovane – un gruppo folto di amici e coetanei – sono partiti insulti pesanti nei confronti dei giornalisti e dei curiosi radunati davanti al Tribunale. La tensione, palpabile, ha richiesto l’intervento dei carabinieri per riportare la calma, mentre la stessa Chiara, prima di risalire in auto direzione Traversetolo, è parsa a molti osservatori più preoccupata di mischiarsi agli studenti del vicino conservatorio che di ascoltare i dettagli della condanna.
Dalla perizia psichiatrica all'ombra della libertà vigilata
Ciò che rende questo caso giudiziario un unicum nei recenti annali di cronaca è il conflitto insanabile tra periti di parte e periti del tribunale. Una battaglia di perizie che ha infiammato il dibattito per mesi: da una parte gli specialisti della difesa (tra cui la stessa Bramante insieme a Giuseppe Cupello e Pietro Pietrini) che hanno descritto una “ambivalenza dissociativa” sistematica – un disturbo che avrebbe impedito a Chiara di mentalizzare l’esperienza della maternità, rendendola un fantasma estraneo alla sua coscienza. Dall’altra, i consulenti della Procura che hanno diagnosticato una personalità assolutamente capace di intendere e volere, spietatamente razionale nel nascondere le pance che non si vedevano e nel mentire agli amici più stretti. La Corte ha sposato la seconda visione, anche se il riconoscimento delle attenuanti generiche – pur non prevalenti sulla premeditazione – ha leggermente addolcito la richiesta di pena dell’accusa.
Mentre la procura di Parma valuta ancora se opporsi all’assoluzione per il primo omicidio (derubricato, appunto, in soppressione di cadavere), Chiara Petrolini è tornata a casa sua, a Vignale di Traversetolo. Non in cella, ma agli arresti domiciliari, con il braccialetto elettronico al polso in attesa del giudizio di appello. Un limbo giuridico che restituisce l’immagine di una condanna esemplare nella sostanza – oltre due decenni di reclusione – ma nella pratica procrastinata nel tempo. La libertà vigilata per i prossimi cinque anni, un tempo che corrisponde quasi alla metà della sua intera esistenza, rappresenta ora l’unico argine tra la società e una vicenda i cui risvolti, non secondari, oscurano per sempre la memoria di due neonati che, stando alle parole dei legali di parte civile, “non esistono solo sulla carta, ma sono realmente esistiti”.
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