Powell sfida Trump: tassi fermi (o in salita) e il giudice blocca l’inchiesta penale
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Redazione Economia
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NEW YORK. Non solo non li abbassa, ma non esclude neppure di doverli alzare. Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, ha scelto il terreno dello scontro frontale con Donald Trump, restituendo al mittente le pressioni che la Casa Bianca prova a esercitare da mesi sulla banca centrale. Al termine dell’ultima riunione del Fomc, il comitato che decide il costo del denaro, Powell ha messo nero su bianco la propria posizione: i tassi restano fermi al 3,75 per cento, e se le condizioni macroeconomiche dovessero richiederlo, non è da escludere un ulteriore rialzo. Una presa di posizione che arriva mentre si infittisce la guerra di nervi tra il Tesoro e l’istituto di emissione, con i mercati che trattengono il fiato e osservano lo scontro tra due poteri dello Stato.
L’indagine archiviata dal giudice: “Solo pretesti per mettere sotto pressione Powell”
Se il braccio di ferro sulla politica monetaria infiamma la cronaca economica, sul fronte giudiziario la partita ha subito una brusca frenata. Era l’amministrazione Trump, attraverso l’ufficio del procuratore distrettuale di Washington guidato da Jeanine Pirro, a chiedere di riaprire un’inchiesta nei confronti del numero uno della Fed, un’indagine che aveva già preso forma nei mesi scorsi per poi essere bloccata. Ora arriva il verdetto del giudice federale James Boasberg: un’ordinanza, resa pubblica in queste ore, che stronca le citazioni a comparire emesse nei confronti della banca centrale, con una motivazione che non lascia spazio a interpretazioni.
Per il magistrato, l’intera inchiesta – incentrata su presunti costi fuori controllo nella ristrutturazione della sede storica della Fed – non ha alcun fondamento sostanziale. Anzi, nella sua decisione, Boasberg scrive chiaramente che l’azione dell’accusa è dettata da ragioni prettamente politiche. “Vi sono abbondanti prove”, si legge nel documento, “che lo scopo dominante, se non unico, di queste citazioni sia quello di molestare e fare pressione su Powell affinché si pieghi al presidente o si dimetta, lasciando il posto a un presidente della Fed che lo faccia”. Una bocciatura pesante, che di fatto restituisce piena legittimità all’operato del banchiere centrale, accusato di aver mentito al Congresso sui costi della ristrutturazione: un capo d’accusa che il giudice definisce pretestuoso, dato che l’esecutivo non ha prodotto “alcuna prova” che Powell abbia commesso un reato diverso dall’aver scontentato il presidente.
L’incalzare della Casa Bianca e il muro di gomma della Fed
Dietro la battaglia legale, del resto, affiora con chiarezza la strategia di pressione della Casa Bianca. Trump non ha mai fatto mistero del proprio desiderio di vedere i tassi scendere per sostenere la crescita a ogni costo, e Powell è diventato il bersaglio prediletto delle sue invettive pubbliche. La richiesta di riaprire l’inchiesta – contenuta in documenti legali depositati nei giorni scorsi – rappresentava l’ennesimo tentativo di mettere in difficoltà il numero uno della Fed, nel momento più delicato del suo mandato.
Il mandato di Powell, va ricordato, scadrà a metà maggio. Un passaggio istituzionale che rende ancora più calda l’attuale fase di transizione: la scelta del successore è infatti uno dei dossier più delicati per l’amministrazione, che vede nella Fed un ostacolo alla propria autonomia di manovra. Eppure, nonostante la scadenza imminente, il presidente della banca centrale non ha mai dato segni di cedimento. Il “no” secco ai tagli dei tassi, ribadito anche nell’ultima occasione ufficiale, suona come una dichiarazione di indipendenza: una linea di condotta che, per il momento, trova conforto anche nelle aule giudiziarie, dove la magistratura ha scelto di mettere un argine all’attivismo della procura di Washington.
Le reazioni legali e le ricadute sulla successione alla Fed
La decisione del giudice Boasberg ha inevitabilmente acceso gli animi. La procuratrice Pirro, nominata da Trump e fedelissima all’inquilino della Casa Bianca, ha già annunciato l’intenzione di presentare ricorso contro la sentenza, bollando il provvedimento come un attentato alla giustizia. “Questo è l’antitesi della giustizia americana”, ha dichiarato ai giornalisti, sostenendo che la decisione di archiviare le citazioni senza nemmeno esaminare i documenti rappresenti una forma di immunità di fatto concessa a Powell. Una tesi, quella della procura, che però non ha trovato sponda in aula: il giudice ha infatti ribadito come le giustificazioni addotte dall’accusa fossero “così esili e prive di sostanza” da apparire come meri pretesti.
Ma al di là degli sviluppi processuali, il vero nodo resta politico. Con la scadenza del mandato di Powell all’orizzonte, la Casa Bianca punta a insediare un nuovo presidente della Fed più allineato con le proprie direttive. Eppure, proprio il braccio di ferro in corso rischia di complicare il passaggio di consegne. Un esponente di spicco del Partito Repubblicano al Senato, Thom Tillis, ha già fatto sapere che intende opporsi alla ratifica di qualsiasi nuovo candidato finché non sarà definitivamente archiviata la vicenda giudiziaria che ha coinvolto l’attuale numero uno. Un avvertimento che, se dovesse tradursi in un veto concreto, potrebbe prolungare lo stallo istituzionale ben oltre la naturale scadenza del mandato di Powell, tenendo in scacco l’amministrazione proprio mentre cerca di imporre la propria linea sulla politica monetaria.




