L’amministrazione Trump archivia l’inchiesta penale su Powell, e la Fed si prepara al cambio

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, attraverso la voce della procuratrice federale capo per il Distretto di Columbia, Jeanine Pirro, ha formalmente dismesso l’indagine penale che riguardava Jerome Powell, presidente uscente della Federal Reserve. Un’inchiesta, quella aperte lo scorso 11 gennaio – e che già allora aveva sollevato più di una perplessità negli ambienti giuridici – verteva sulla veridicità di una testimonianza resa da Powell al Congresso: al centro della questione, i costi lievitati per la ristrutturazione degli edifici storici della Fed a Washington, un intervento da circa due miliardi di dollari che, secondo gli atti, sarebbe stato caratterizzato da ripetuti sforamenti. Pirro ha precisato che il suo ufficio sta archiviando il fascicolo, lasciando però un sottile spiraglio: la verifica sulla congruità delle spese viene ora trasferita all’Ispettore Generale della Fed, dal quale la procuratrice si attende «un rapporto in tempi brevi». «Non esiterò a riaprire un’indagine se necessario», ha aggiunto, quasi a voler lasciare una spada di Damocle sull’operato dell’istituto centrale.

Le crepe nell’impianto accusatorio

Era un’inchiesta, quella su Powell, profondamente controversa, tanto che un giudice federale aveva già avuto modo di bollare come «essenzialmente nulle» le prove di fatti penalmente rilevanti raccolte fino a quel momento. Lo stesso magistrato, nel corso delle settimane precedenti, aveva stabilito che le ingiunzioni a comparire davanti al Gran Giurì – notificate alla Fed nel mese di gennaio – erano improprie, minando così alla base la strategia accusatoria della procura. Una circostanza, quest’ultima, che non ha certo agevolato il lavoro di Pirro, la quale si è vista costretta a riconoscere i limiti dell’impianto giudiziario costruito attorno alla figura del banchiere centrale. E così, mentre l’amministrazione chiude formalmente questo fronte, resta il fatto che per oltre un anno Donald Trump ha fatto di tutto per convincere Powell ad abbassare i tassi di interesse, senza mai riuscirci.

Warsh nell’anticamera della poltrona

E proprio l’archiviazione di questo fascicolo – definita da alcuni osservatori come l’ennesimo tassello di un mosaico politico assai complesso – rimuove l’ultimo vero ostacolo che separava il presidente degli Stati Uniti dal suo obiettivo dichiarato: portare Kevin Warsh alla guida della banca centrale. Powell, va ricordato, era stato nominato alla Fed proprio da Trump, ma negli ultimi mesi aveva resistito con fermezza a ogni pressione proveniente dalla Casa Bianca, ribadendo più volte che l’istituto di emissione avrebbe deciso in modo indipendente, senza alcuna ingerenza politica. Una linea di condotta che gli è costata cara, perché da allora la tensione tra il Tesoro e la Fed non ha fatto che crescere, alimentando sospetti e ritorsioni sotterranee.

Un’archiviazione che non placa gli appetiti

La Casa Bianca, attraverso canali non ufficiali, ha comunque fatto sapere che l’indagine «va avanti, è solo spostata», un modo per tenere alta la pressione su Powell e sull’intero consiglio direttivo della Fed. Jeanine Pirro, dal canto suo, ha scaricato la patata bollente sull’Ispettore Generale, il quale dovrà ora accertare gli eventuali sforamenti dei costi della ristrutturazione multimiliardaria. Uno spostamento di competenze che appare più politico che tecnico, considerando che il giudice federale aveva già dichiarato nulle le prove raccolte. Resta il fatto che, con l’archiviazione penale, il Dipartimento di Giustizia rimuove un ingombro giudiziario non da poco, lasciando però intatta la possibilità di riaprire il caso qualora emergessero nuovi elementi. E in questo clima di sospetto reciproco, la nomina di Kevin Warsh – già governatore della Fed tra il 2006 e il 2011 – sembra ormai questione di settimane, se non di giorni.

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