L’operaio che tornò indietro per salvare due colleghi: Mustapha Ladid non ce l’ha fatta dopo tredici giorni di coma

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sul piazzale della Carrara Group, a Brusaporto, la giornata sembrava essersi conclusa come tante altre. L’orologio segnava la fine del turno, e molti operai avevano già infilato le chiavi nell’accensione delle proprie auto. Mustapha Ladid, trentaduenne di origini marocchine nato a Bradia il primo aprile 1994, era tra questi. Si era seduto al volante, pronto a rientrare a Nembro – dove viveva da circa un anno dopo un periodo trascorso a Palazzago – quando un grido, squarciato dal silenzio del capannone, lo ha costretto a scendere di corsa. Dentro una cisterna due persone stavano già collassando: il titolare dell’azienda, rimasto intossicato per primo, e un altro dipendente che, nel tentativo di tirarlo fuori, aveva a sua volta respirato le esalazioni letali.

Mustapha non ha esitato. È sceso nella botte senza alcuna protezione, spingendo all’esterno entrambi i colleghi prima di perdere i sensi sul fondo, bloccato da quel miscuglio di gas a effetto cianuro che, come accertato successivamente, gli avrebbe collassato gli organi uno dopo l’altro. Il racconto dei drammatici istanti – ricostruito dall’avvocato di famiglia, Nabil Ryah – parla di un altruismo fulmineo, quasi istintivo: «Era già uscito, aveva finito il turno. Poi ha sentito urlare e si è precipitato dentro, senza pensarci due volte».

Dall’autocisterna alla terapia intensiva: tredici giorni senza ripresa

Trasportato in codice rosso all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, Mustapha Ladid non ha più ripreso conoscenza. Il coma indotto, le condizioni mai migliorate, la lenta agonia di un avvelenato da sostanze che nessun operaio avrebbe dovuto respirare. La terapia intensiva ha provato a strapparlo alla morte per quasi due settimane, ma il 12 maggio – a tredici giorni dall’incidente del 28 aprile – il cuore del giovane ha smesso di battere. I medici hanno potuto solo constatare il collasso progressivo degli organi, conseguenza diretta delle inalazioni nella cisterna della Carrara Group.

Nessun miglioramento, nessuna finestra di speranza. La moglie, i familiari giunti da Nembro e quelli sentiti al telefono in Marocco hanno assistito a un’attesa vana, tra corridoi d’ospedale e bollettini clinici sempre uguali. Mustapha non si è mai ripreso, e la sua morte è stata ufficializzata solo quando ogni possibilità di intervento è tramontata.

Il gesto concreto di un operaio altruista: «Ha spinto fuori il titolare e l’altro dipendente»

Quello che rende la vicenda giudiziariamente rilevante – al di là della cronaca nera trattata con la necessaria misura – non è soltanto l’infortunio sul lavoro, ma la catena di soccorsi improvvisati che ha portato un uomo già in auto a scendere volontariamente dentro una trappola mortale. Secondo la ricostruzione fornita dal legale della famiglia, Mustapha è riuscito a spingere fuori dalla botte prima il titolare dell’azienda, poi l’altro collega che era entrato per aiutare il primo. Solo dopo averli messi in salvo è svenuto, restando intrappolato sul fondo.

La sua non è stata una reazione ingenua, ma lucida: ha visto due persone agonizzare e ha scelto di intervenire, sapendo probabilmente di rischiare. Lo descrivono come un uomo dal «sorriso sempre stampato sul volto», con «una naturale inclinazione ad aiutare chiunque avesse bisogno» – parole riportate dai familiari e dai conoscenti di Nembro, dove il trentaduenne viveva da poco più di un anno. La sua disponibilità non era un tratto occasionale, ma un abito mentale, quello che lo ha spinto a non voltarsi dall’altra parte mentre i colleghi morivano dentro quella cisterna.

Sviluppi giudiziari e indagini: cosa resta della Carrara Group dopo la morte di Mustapha Ladid

La procura ha aperto un fascicolo, come accade in tutti gli incidenti mortali sul lavoro. Gli inquirenti stanno cercando di ricostruire le condizioni di sicurezza all’interno dell’autocisterna: perché il titolare si trovava lì senza adeguati dispositivi, perché il primo soccorritore è a sua volta collassato, e perché Mustapha – pur avendo già lasciato il capannone – si sia sentito costretto a scendere. Nessuna ipotesi di reato è stata ancora formalizzata, ma le indagini si concentrano sulla possibile omissione di misure antinfortunistiche, come la ventilazione forzata e l’uso di respiratori autonomi in spazi confinati.

L’azienda Carrara Group, attiva nel settore del trasporto e della logistica, non ha ancora rilasciato dichiarazioni pubbliche particolari. Sul fronte penale, la morte del trentaduenne marocchino potrebbe configurare, a seconda degli accertamenti, il reato di omicidio colposo per violazione delle norme sulla sicurezza. Gli investigatori hanno già acquisito le schede tecniche delle sostanze presenti nella cisterna: esalazioni a effetto cianuro, particolarmente rapide nel saturare l’aria e paralizzare il sistema nervoso. Mustapha le ha respirate per il tempo necessario a mettere in salvo gli altri, poi ha perso i sensi.

Nembro piange un uomo che aveva «un cuore enorme», come ripetono i vicini di casa. E mentre la sua salma viene restituita alla famiglia, resta aperta un’inchiesta che dovrà dire se quella cisterna fosse o no un luogo già condannato prima ancora che lui vi scendesse dentro.

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