Dieci paesi europei, Italia in testa, chiedono garanzie per l’Unifil dopo la morte dei caschi blu indonesiani

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’onda d’urto provocata dall’uccisione di tre peacekeeper indonesiani nel giro di poche ore nel sud del Libano ha spinto un gruppo di dieci paesi europei, tra cui l’Italia, a rompere gli indugi e a rivolgersi con una chiarezza inequivocabile a tutte le parti in conflitto – con un’attenzione particolare, stando alla ricostruzione degli eventi, nei confronti di Israele e di Hezbollah – perché venga garantita, in ogni circostanza e senza eccezioni, la sicurezza della missione Unifil. La richiesta, formalizzata in una dichiarazione congiunta, arriva mentre il segretario generale dell’Onu, António Guterres, si trovava a dover gestire una situazione che lui stesso ha definito intollerabile, condannando con fermezza la morte dei militari indonesiani avvenuta il 30 marzo; una data che resterà impressa nella memoria della missione, segnata da una violenza che non sembra conoscere argini.

A scatenare la reazione diplomatica, infatti, sono stati due episodi distinti ma strettamente collegati temporalmente. Il primo, verificatosi nella giornata del 29 marzo, ha visto un militare indonesiano perdere la vita a causa dell’impatto di un proiettile nei pressi di una posizione dell’Unifil a Adchit Al Qusayr. Il secondo, ancora più grave per il numero di vittime, si è consumato il giorno successivo, quando un’esplosione – la cui origine resta al momento oggetto di accertamenti da parte degli investigatori della missione – ha distrutto un veicolo nei pressi di Bani Haiyyan, causando la morte di altri due caschi blu. In entrambi i casi, come ha confermato la stessa Unifil, si è trattato di deflagrazioni la cui natura precisa non è stata ancora determinata, nonostante le prime ipotesi investigative, emerse in sede di Consiglio di Sicurezza, sembrino orientarsi verso l’uso di un ordigno esplosivo improvvisato (Ied) posizionato a bordo strada.

Una mobilitazione europea senza precedenti

Il fronte europeo che si è mobilitato, composto da Belgio, Croazia, Cipro, Francia, Grecia, Italia, Malta, Paesi Bassi, Portogallo e Regno Unito – dieci paesi che hanno tutti fornito contingenti alla forza di interposizione – ha scelto di inviare un segnale forte, sottolineando che non esiste giustificazione alcuna per atti che mettono a repentaglio la vita di chi opera sotto l’egida delle Nazioni Unite. La loro presa di posizione, condivisa anche dall’Alto Rappresentante dell’Unione Europea, ha assunto i toni di un vero e proprio ultimatum morale: tutte le parti coinvolte, si legge nel documento, devono astenersi da qualsiasi azione che possa compromettere l’incolumità del personale Unifil, il cui ruolo di osservazione imparziale è considerato indispensabile per evitare un collasso definitivo della stabilità nella regione.

Se da un lato i dieci paesi hanno richiamato tutti gli attori al rispetto del diritto internazionale, dall’altro l’analisi della situazione sul campo – come emerge anche dalle dichiarazioni rese alla stampa dalla portavoce della missione, Kandice Ardiel – dipinge un quadro di crescente difficoltà operativa. “Questi ultimi giorni sono stati drammatici per noi”, ha confessato Ardiel, rivelando una realtà in cui i peacekeeper sono costretti a modificare continuamente le proprie attività a causa dell’intensificarsi degli scontri, pur continuando a rappresentare, nelle sue parole, “l’unica organizzazione imparziale che sta sul terreno in grado di svolgere un ruolo di monitoraggio fondamentale”.

Il cordoglio dell’Italia e la posizione di Crosetto

La reazione italiana non si è fatta attendere. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha espresso il proprio cordoglio – rinnovato anche alla controparte indonesiana, nelle figure del ministro della Difesa Sjafrie Sjamsoeddin e delle Forze Armate del paese asiatico – sottolineando come l’attacco ai contingenti delle Nazioni Unite rappresenti un atto “inaccettabile”. Lo stesso Crosetto, già in passato, aveva utilizzato parole durissime per definire episodi analoghi, arrivando a parlare di possibili “crimini di guerra” in riferimento ai precedenti attacchi israeliani contro le basi Unifil. In questa circostanza, pur mantenendo un profilo istituzionale improntato alla solidarietà verso le vittime, la Difesa italiana ha ribadito la propria vicinanza alle famiglie dei caduti, definendo le perdite subite dall’Indonesia come un lutto che coinvolge l’intera comunità internazionale che opera sotto la bandiera dell’Onu.

Il ruolo dell’Italia, vale la pena ricordarlo, è centrale all’interno della missione Unifil: con circa 774 unità sul campo, Roma si conferma uno dei principali contributori di truppa, una presenza che conferisce un peso specifico notevole alle sue richieste in sede diplomatica. La mobilitazione dei dieci paesi europei, di cui l’Italia è parte attiva e trainante, rappresenta quindi un tentativo di alzare il livello di pressione perché cessino quelle che Guterres, attraverso il suo portavoce Stéphane Dujarric, ha definito “gravi violazioni del diritto internazionale umanitario”, avvertendo che per i responsabili dovrà esserci un chiaro principio di accountability.

Un cessate il fuoco sempre più lontano e una missione a rischio

Sullo sfondo di questa crisi si staglia il quadro sempre più fosco di un conflitto che, dopo l’escalation legata alle tensioni con l’Iran e i continui raid israeliani in territorio libanese, rischia di travolgere l’ultimo baluardo di stabilità rappresentato proprio dai caschi blu. La missione Unifil, il cui mandato è stato recentemente rinnovato fino al 2026 con una previsione di progressivo ridimensionamento -2, si trova oggi a operare in condizioni di pericolo estremo: le attività di pattugliamento vengono costantemente interrotte, mentre i soldati indonesiani – che da anni costituiscono la spina dorsale della forza di pace – piangono tre dei loro uomini caduti in servizio. La stessa Indonesia, pur sotto la pressione dell’opinione pubblica interna che chiede il ritiro dei propri militari, ha scelto per ora di mantenere la posizione, sollecitando un’indagine approfondita e chiedendo al Consiglio di Sicurezza di intervenire.

Le dichiarazioni rilasciate da fonti diplomatiche lasciano intendere che la situazione potrebbe essere destinata a peggiorare ulteriormente. Le forze israeliane continuano a mantenere posizioni nel sud del Libano, nonostante le risoluzioni Onu ne impongano il ritiro, e gli scontri con Hezbollah non accennano a diminuire d’intensità. In questo contesto, l’appello lanciato dai dieci paesi europei assume i contorni di un ultimo tentativo per scongiurare un’escalation definitiva che potrebbe portare al collasso totale della missione di interposizione. Il messaggio è chiaro: se non si garantisce immediatamente la sicurezza dei peacekeeper, il rischio concreto è che l’unico presidio di neutralità presente sul territorio venga definitivamente spazzato via dalla logica brutale del conflitto.

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