Il “no” di von der Leyen a Cipro e quei 95 miliardi che l’Italia non sa spendere

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’illusione di una tregua sui conti pubblici, per chi sperava in un alleggerimento delle maglie del patto di stabilità in nome della crisi energetica, si è infranta ieri contro la realtà granitica dei palazzi di Bruxelles. Al vertice informale di Nicosia, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha opposto un rifiuto netto alla richiesta di sospensione o deroga avanzata dal governo Meloni, sostenuta in parte dalla Spagna. La replica della numero uno dell’esecutivo comunitario, lungi dall’essere una semplice chiusura diplomatica, ha assunto le vesti di una critica strutturale piuttosto affilata: secondo von der Leyen, tra le residue risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e i fondi di coesione, giacciono ancora inutilizzati circa 95 miliardi di euro destinati all’Italia. Una cifra, quest’ultima, che trasforma la disputa politica in un problema tecnico di capacità di spesa, evidenziando un paradosso imbarazzante per Roma: si chiedono margini di manovra extra mentre le risorse già disponibili faticano a trasformarsi in cantieri e opere.

Lo stallo fiscale e lo spettro della scadenza di giugno

La posizione della premier, Giorgia Meloni, si è rivelata subito in salita, nonostante il tentativo di creare un fronte compatto con i cosiddetti “Paesi amici” come Polonia, Ungheria e Slovacchia. La presidente della Commissione è stata categorica nel ribadire che la clausola generale di salvaguardia – quella che consentirebbe di derogare ai vincoli di bilancio – è un’eredità della pandemia e può essere riattivata solo in scenari di grave recessione economica, condizioni che al momento non ricorrono nonostante il rallentamento. A rendere il clima ancora più teso è stata la freddezza manifestata da Berlino; il cancelliere Friedrich Merz, incontrato dalla Meloni a margine dei lavori, è parso sordo alle sirene della flessibilità, mantenendo una linea che fonti di Palazzo Chigi hanno definito quantomeno “ambigua”. In questo quadro, la richiesta di srare le spese per il caro bollette dal calcolo del deficit – una soluzione che a Roma sarebbe piaciuta molto – si è scontrata con un muro, lasciando sul tavolo solo l’ipotesi di una manovra interna.

L’asse Roma-Madrid e la spaccatura sul bilancio Ue

Se sul fronte fiscale il fronte è serrato, il capitolo energia ha riacceso le tradizionali linee di faglia del continente. Da un lato Italia e Spagna, guidate rispettivamente da Meloni e Sanchez, hanno premuto per un’azione più incisiva: non solo maggiore flessibilità, ma anche la tassazione degli extraprofitti delle compagnie energetiche e l’estensione del Pnrr di almeno sei mesi, vista l’emergenza. Dall’altro lato, la vecchia guardia del “partito del rigore” – con la Germania in testa – ha valutato le proposte della Commissione come già sufficienti, rifiutando qualsiasi nuovo allentamento della disciplina di bilancio. La partita, se possibile, è resa ancora più intricata dal contesto politico: i leader europei stanno già negoziando il prossimo bilancio pluriennale, una scadenza cruciale entro fine anno che spinge ciascuno a giocare le proprie carte in base allo “spazio fiscale” residuo concessogli dalle regole.

Lo scostamento di bilancio come unica via maestra

Di fronte al “no” secco di Bruxelles, la premier ha iniziato a sparigliare le carte, aprendo ufficialmente alla possibilità di procedere in solitaria. “Ad oggi non stiamo escludendo niente”, ha dichiarato la presidente del Consiglio, ammettendo che l’ipotesi di uno scostamento di bilancio (ovvero la volontaria rinuncia al rispetto dei parametri per investire comunque risorse nazionali) è più viva che mai. Una scelta, quella del governo, dettata dall’urgenza concreta di calmierare i prezzi dei carburanti prima del primo maggio, data in cui scadono le accise scontate. Tuttavia, Meloni ha rivendicato lo stato di salute dei conti pubblici, attribuendo le attuali difficoltà al peso del “superbonus” ereditato. “Finirò di pagare quei debiti quando arriveranno le elezioni politiche”, ha tagliato corto, scaricando le colpe del passato e indicando nell’energia la priorità assoluta. Un’ammissione, questa, che suona come una resa delle trattative europee e l’inizio di una fase più solitaria per l’economia italiana, dove la difesa dei consumatori potrebbe presto tradursi in un nuovo, robusto aumento del debito.

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