Leone XIV in Algeria: il pellegrinaggio della pace tra le macerie della guerra e le parole di Trump

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Algeri, 13 aprile. L’aria è fredda e la pioggia batte sul monumento “Maqam Echahid”, ma non è bastata a disperdere le centinaia di fedeli che hanno accolto Papa Leone XIV nella sua prima visita storica in Algeria. Il Pontefice, giunto con l’aereo all’aeroporto ‘Houari Boumédiène’ intorno alle 11, è stato subito accolto dal presidente Abdelmadjid Tebboune in una cerimonia che ha visto una bambina offrire un mazzo di fiori al Santo Padre, seguito dagli onori alle bandiere e dalla presentazione delle delegazioni. Dopo un breve incontro privato al Salon d’Honneur, il corteo si è spostato verso il centro nevralgico della capitale, dove Leone XIV ha tenuto il suo primo discorso ufficiale. “Vengo in mezzo a voi come pellegrino di pace, desideroso di incontrare il nobile popolo algerino”, ha esordito rivolgendosi alle autorità e al diplomatico, sottolineando come il profondo senso religioso degli algerini sia “il segreto di una cultura dell’incontro e della riconciliazione”.

La difesa del perdono in un’ora drammatica

Prima tappa obbligata è stata proprio la salita al Monumento dei Martiri, luogo simbolo della lotta per l’indipendenza, dove il Pontefice ha deposto una corona di fiori. È qui, nonostante la pioggia e le ingenti misure di sicurezza con militari appostati sui tetti, che Leone XIV ha pronunciato le parole più attese, consapevole del contesto internazionale che rende questo viaggio ben più di una semplice visita pastorale. “So quanto sia difficile perdonare – ha detto alla folla – tuttavia, mentre i conflitti continuano a moltiplicarsi in tutto il mondo, non possiamo aggiungere risentimento su risentimento, generazione dopo generazione”. Un richiamo alla pace che, sebbene universale, risuona con forza particolare mentre Stati Uniti e Israele sono impegnati nel conflitto in Iran; un’ombra lunga che ha oscurato l’arrivo del Papa, ma che non ha scalfito la sua determinazione a parlare di “riconciliazione”. “Il futuro appartiene agli uomini e alle donne di pace”, ha ribadito, auspicando che la giustizia trionfi sempre sull’ingiustizia, così come la violenza “non avrà mai l’ultima parola”.

La polemica con Trump e la risposta del Papa

Il viaggio in Nordafrica, il primo assoluto di un Pontefice in questo Paese, è stato però preceduto da una bufera diplomatica inaspettata. Il presidente Donald Trump, che siede alla Casa Bianca ormai da più di un anno, ha infatti lanciato un attacco frontale a Leone XIV ancor prima che l’aereo papale toccasse terra. Utilizzando toni durissimi, il tycoon ha criticato la presunta debolezza del Papa “nei confronti della criminalità e in politica estera”, scatenando la reazione immediata della Cei e dei vescovi statunitensi, che hanno parlato di parole “denigratorie”. Interrogato dai giornalisti durante il volo che lo portava ad Algeri, il Pontefice ha risposto con una calma glaciale che ha smentito le tensioni. “Non sono un politico – ha chiarito Leone XIV – non ho intenzione di aprire un dibattito con lui. Io parlo di pace e Vangelo”. Una presa di distanza netta, quasi a voler ridimensionare la portata dello scontro, che il Papa ha riassunto con una frase semplice: “Non ho paura dell’amministrazione Trump”.

Fratelli di un unico Padre

Allontanandosi dalle polemiche politiche, Leone XIV ha preferito concentrarsi sul messaggio religioso e sociale per un popolo che, come ha detto, è “mai sconfitto dalle sue prove”. Nel discorso al Centro convegni Djamaa el Djazair, il Papa ha tessuto le lodi della società algerina, definendola un esempio di “solidarietà e accoglienza” profondamente radicato nelle comunità arabe e berbere. Ha parlato del dovere sacro dell’ospitalità e dell’elemosina (la “sadaka”), che ha definito una questione di giustizia pura, contrapposta all’ingiustizia di chi “accumula ricchezze e resta indifferente agli altri”. “Siamo fratelli e sorelle – ha concluso – perché abbiamo lo stesso Padre nei cieli”. Un viaggio, quello di Leone XIV, che non cerca solo di costruire ponti tra il cristianesimo e l’Islam in una terra crocevia di culture, ma che tenta di imporre l’urgenza della pace, nonostante le bombe che cadono altrove e le parole che arrivano da Washington.

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