Bob Pettit, addio alla leggenda Nba: primo Mvp della storia e pioniere dell'ala forte
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Redazione Salute
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La notizia è arrivata nella giornata di mercoledì, diffusa dalla Louisiana State University, suo ateneo di sempre, e ha fatto rapidamente il giro degli Stati Uniti: Bob Pettit è morto nella sua casa di Metairie, in Louisiana, all'età di 93 anni. Non sono state rese note le cause del decesso. Con lui scompare non soltanto uno dei più grandi giocatori della storia del basket americano, ma una figura che ha contribuito a definire l'identità stessa della Nba quando la lega muoveva i primi passi verso la dimensione nazionale che oggi conosciamo.
Il primo Mvp di sempre e un primato che resiste
Nato a Baton Rouge il 12 dicembre 1932, Pettit si formò alla LSU, dove guidò i Tigers fino alla loro prima Final Four nel 1953. Arrivato nella Nba nel 1954, scelto come seconda chiamata assoluta dai Milwaukee Hawks, si affermò immediatamente: quell'anno vinse il premio di Rookie of the Year e chiuse la stagione con 20,4 punti e 13,8 rimbalzi di media. L'anno successivo, nella prima annata del club a St.
Louis, arrivò il riconoscimento che ne ha segnato per sempre il nome nella storia: nel 1956 fu il primo giocatore a ricevere il trofeo di Most Valuable Player, istituito proprio in quella stagione, dopo aver guidato la lega nella classifica dei marcatori con 25,7 punti di media. Vinse il premio una seconda volta nel 1959, stagione in cui si laureò nuovamente miglior realizzatore con 29,2 punti di media.
Fu All-Star in tutte le sue undici stagioni professionistiche e conquistò per quattro volte il titolo di Mvp dell'All-Star Game, un traguardo che, a distanza di decenni, è stato eguagliato soltanto da Kobe Bryant.
L'anello del 1958 e la rivalità con i Celtics
Il momento più alto della carriera di Pettit coincide con l'unico titolo vinto dalla franchigia degli Hawks nella sua storia. Nella finale del 1958 contro i Boston Celtics, la squadra che in quel decennio dominava la Nba, Pettit mise a referto 50 punti in Gara 6, trascinando St. Louis al successo per 110-109 e alla conquista del campionato. Fu una prestazione che interruppe momentaneamente la striscia di nove titoli in dieci anni dei Celtics, guidati da Bill Russell, e che ancora oggi viene ricordata come una delle prove individuali più decisive nella storia delle finali.
Pettit raggiunse le finali Nba per quattro volte in carriera, sempre contro Boston, perdendo due serie in Gara 7. Si ritirò dopo la stagione 1964-65 con medie in carriera di 26,4 punti e 16,2 rimbalzi, avendo superato per primo la soglia dei 20.000 punti nella lega.
Un'ala forte dal gioco rivoluzionario
Alto circa due metri e sette, Pettit interpretò il ruolo di ala forte in un'epoca in cui quella definizione non era ancora entrata nel vocabolario tecnico del basket. La sua caratteristica più distintiva risiedeva nella capacità di giocare fronte a canestro, una novità per i lunghi dell'epoca, tradizionalmente vincolati a un gioco spalle alla porta. Il suo profilo fisico longilineo e la cura maniacale della condizione atletica gli permisero di eccellere tanto nella realizzazione quanto nella lotta a rimbalzo, rendendolo un modello per le generazioni successive di giocatori dello stesso ruolo.
La sua dedizione al lavoro era proverbiale: arrivò a definirsi, in una vecchia intervista, «terribile» quando mosse i primi passi sul parquet, aggiungendo che se le cose fossero venute naturali non si sarebbe mai impegnato a migliorare. Quella mentalità lo portò da ultimo uomo della squadra junior varsity al liceo fino ai vertici del basket professionistico.
L'eredità a Baton Rouge e il ricordo della Hall of Fame
Pettit fu inserito nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame nel 1971. La sua maglia numero 50 fu la prima ritirata da LSU in qualsiasi sport, mentre gli Atlanta Hawks hanno ritirato il numero 9. A Baton Rouge una statua in bronzo lo ritrae insieme a Shaquille O'Neal all'esterno della Pete Maravich Assembly Center, e la sua figura resta indissolubilmente legata all'ateneo dove si era formato. Dopo il ritiro si dedicò con successo al settore bancario e alla consulenza finanziaria, rimanendo una presenza abituale alle partite di LSU e dei New Orleans Pelicans.
La Basketball Hall of Fame, nell'annunciare la scomparsa, lo ha ricordato come «un vero gigante del gioco», una definizione che sintetizza la portata di una carriera iniziata in un'epoca in cui la Nba era ancora lontana dai riflettori che avrebbe conosciuto di lì a poco.
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