Trump lancia la sfida all'Onu: a Davos nasce il «Board of Peace» con i fedelissimi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sono le 11.12 quando Donald Trump fa il suo ingresso sul palco della sala plenaria del Centro Congressi di Davos, cravatta bordeaux e passo da padrone di casa, ospite del World Economic Forum. Il presidente americano, che ieri sfoggiava una cravatta rosso fuoco, ha fondato ufficialmente il Consiglio della Pace, un organismo internazionale che, nelle sue dichiarate intenzioni, dovrebbe garantire la pace e sovrintendere alla ricostruzione nella Striscia di Gaza. “Ora potremo fare tutto ciò che vogliamo”, ha affermato Trump al termine della cerimonia, sottolineando una volontà operativa che si vuole svincolata dai tradizionali meccanismi multilaterali. L’evento, dunque, non si è limitato a una mera dichiarazione di intenti, ma ha segnato l’avvio concreto di una struttura alternativa, la cui prima firma sulla carta costitutiva è stata apposta dal presidente statunitense insieme ai rappresentanti di Bahrein e Marocco.

La reazione delle organizzazioni per i diritti umani

La cerimonia di istituzione del Board of Peace non è passata inosservata, suscitando immediate e durissime critiche da parte di chi vi legge una deriva preoccupante. Amnesty International, in particolare, ha definito l’accaduto come “un palese disprezzo per il diritto internazionale e per i diritti umani”, aggiungendo che rappresenta “un inquietante nuovo esempio del crescente attacco ai meccanismi delle Nazioni Unite”. Secondo l’organizzazione, l’iniziativa guidata da Trump mina deliberatamente le istituzioni della giustizia internazionale e le regole universali, proponendo un framework parallelo che, nelle loro valutazioni, sembra ignorare deliberatamente i principi fondamentali di protezione delle popolazioni civili, già gravemente colpite da un conflitto che ha provocato decine di migliaia di vittime.

La composizione del nuovo organismo e i suoi poteri

Il Board of Peace, che nella sua formazione iniziale vede l’adesione di ventidue paesi descritti come “fedelissimi”, spazia geograficamente dall’Argentina all’Uzbekistan, configurandosi come un’alleanza trasversale. La firma del documento fondativo, avvenuta nella stazione sciistica elvetica, permetterebbe ai paesi aderenti di procedere con la cosiddetta “fase 2”, un accordo raggiunto lo scorso ottobre durante i colloqui di Sharm El Sheikh. Questo passaggio implica l’attivazione di competenze operative e decisionali che il presidente americano ha voluto fortemente concentrare in un organismo a guida chiaramente definita, scavalcando di fatto i canoni diplomatici consolidati e le procedure delle organizzazioni esistenti.

Il piano di ricostruzione e le slide di Jared Kushner

A delineare gli obiettivi materiali del Consiglio della Pace è intervenuto, sul medesimo palco, Jared Kushner, che ha presentato un ambizioso piano di ricostruzione per l’area devastata. “Ci siamo detti: pianifichiamo un catastrofico successo”, ha dichiarato Kushner commentando le slide proiettate, le quali mostravano una ‘Nuova Gaza’ con grattacieli futuristici affacciati sul lungomare, destinati a un “turismo costiero”, hub di trasporti e moderne infrastrutture energetiche. Questa visione urbanistica, che prevede di edificare sulle macerie lasciate da oltre due anni di bombardamenti e raid, è stata illustrata senza fornire dettagli sui tempi, sulle fonti di finanziamento né, soprattutto, sul destino e sul coinvolgimento delle centinaia di migliaia di abitanti superstiti, in un territorio dove i morti accertati superano i settantamila.

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