L’altra figuraccia, l’Italia fuori dal mondiale per la terza volta: quando l’apocalisse diventa routine
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Redazione Interno
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La terza Apocalisse, paradossalmente, è la peggiore di tutte. Non perché sia più cruenta delle precedenti sul piano tecnico – e qui, va detto, il paragone regge fino a un certo punto – ma perché ne ha due alle spalle, e questa circostanza le ha sottratto quell’elemento, lo shock, che ne faceva un evento. È diventata, per dirla senza giri di parole, una normalità. Un’abitudine statistica, quasi una consuetudine amara contro la quale nemmeno lo sconcerto riesce più a mobilitarsi. Per la terza volta consecutiva, la nazionale di calcio non parteciperà a un campionato del mondo. Se ne riparlerà nel 2030: a quella data, saranno trascorsi sedici anni dall’ultima partecipazione. Accadrà, così, un fatto inedito nella storia sportiva del Paese: ci saranno ragazzi che diventeranno maggiorenni senza aver mai visto, nemmeno una volta, l’Italia giocare in una Coppa del Mondo. La memoria collettiva, quella che si trasmette tra generazioni attraverso le immagini, si interrompe.
L’eco internazionale e il tono spietato dei titoli
All’estero, il copione è ormai consolidato. I media internazionali raccontano il flop azzurro con un mix di sarcasmo e freddezza analitica, come se si trattasse di una notizia attesa. “Porca miseria”, “Ciao Italia”, “Altra figuraccia”: sono solo alcuni dei titoli comparsi nelle edizioni online e nei quotidiani, a testimonianza di un’interesse che non è più soltanto sportivo, ma quasi antropologico. Il quotidiano spagnolo ‘Marca’, in particolare, confeziona una sintesi senza appello: “Italia, il più grande dramma del calcio mondiale”. E aggiunge, nel prosieguo dell’articolo, un passaggio che suona come una sentenza: “Gli Azzurri hanno ceduto all’inferno di Zenica e salteranno i Mondiali per la terza edizione consecutiva. Impensabile in un’altra epoca, ma ormai diventata la norma: un Mondiale senza la Nazionale”. Il dato, nella sua essenzialità, è appunto questo: la norma si è rovesciata. Ciò che fino a qualche anno fa costituiva un paradosso – seguire la Coppa del Mondo senza l’Italia – è oggi la regola non scritta, eppure scritta nero su bianco nei calendari.
La notte di Zenica, il rigore che pesa e la storia che si ripete
Sul campo, la Bosnia-Erzegovina ha chiuso il conto. Il verdetto, arrivato al termine di una partita che per centoventi minuti era rimasta in bilico, si è deciso ai calci di rigore: 5-2 il punteggio finale dopo l’1-1 dei tempi supplementari. Non era bastato il gol di Kean – un lampo in mezzo a una prestazione che, per larghi tratti, aveva mostrato le stesse crepe degli ultimi anni – a evitare la trappola della lotteria dagli undici metri. Lì, nella sequenza fredda dei tiri dal dischetto, si è consumata l’ennesima eliminazione. Il dato, però, è quasi accessorio rispetto a ciò che rappresenta: la terza di fila, quella che sigilla un’epoca. I playoff, del resto, erano diventati il territorio in cui l’Italia, negli ultimi cicli, ha imparato a conoscere l’uscita di scena. E la Bosnia, dal canto suo, ha semplicemente confermato di essere stata più lucida nel momento in cui la tensione trasforma i calciatori in esecutori solitari.
Milano, i bar vuoti e la delusione senza più voce
A Milano, come in molte altre città italiane, il clima raccontato la sera del 1° aprile restituisce l’immagine di un Paese che ha smesso di reagire con la rabbia per lasciare spazio a una forma di stanchezza rassegnata. I bar sono rimasti vuoti – o quasi – non per mancanza di interesse, ma per la consapevolezza diffusa che l’esito sarebbe stato quello poi verificatosi. Nessuna festa, nessun corteo spontaneo di auto che sventolano bandiere, nemmeno nelle zone tradizionalmente più calde del tifo organizzato. La delusione, spiegano i presenti, è “cocente”. E le parole più ricorrenti, raccolte tra i tifosi che avevano comunque deciso di seguire la partita fuori casa, sono state “delusione” e “amarezza”. Sognavano di rivivere le notti magiche – quelle che appartengono ormai a un archivio distante – e si sono ritrovati a fare i conti con l’ennesima conferma. Una generazione di tifosi, quella più giovane, non sa nemmeno cosa significhi preparare le valigie per un mondiale estivo.




