L’Italia e la terza apocalisse mondiale: il sistema che non ammette l’errore
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Redazione Sport
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Non c’è più nemmeno la scusa della sorpresa. Dopo la prima esclusione, quella del 2018, ci fu la rabbia; dopo la seconda, quella incredibile di Palermo contro la Macedonia, subentrò lo sconcerto; ieri sera, invece, al termine dei calci di rigore di Zenica, il cielo azzurro si è semplicemente spento in un silenzio rassegnato, come se fosse la conclusione inevitabile di un copione già scritto. L’Italia non andrà ai Mondiali per la terza volta consecutiva, un dato che per una nazione abituata a vestire i panni della favorita assume i contorni di un dato strutturale, più che di una disfatta episodica. E se sul campo, tra il rosso ingenuo di Bastoni e il rigore sbagliato di Esposito, si sono materializzate le solite fragilità, è fuori dal rettangolo verde che si consuma la vera partita: quella tra chi chiede conto di un fallimento sistemico e chi, ai vertici del calcio italiano, continua a difendere il proprio operato come se l’eliminazione fosse solo un incidente di percorso.
A scaldare gli animi, nelle ore immediatamente successive alla sconfitta contro la Bosnia, non è stata solo la prestazione dei giocatori di Gattuso, ma l’arroganza con cui alcuni esponenti del mondo federale hanno tentato di ridimensionare la portata del disastro. Se da un lato il presidente dell’Assoallenatori, Renzo Ulivieri, ha provato a sostenere la tesi per cui il movimento, nel complesso, godrebbe di ottima salute (citando i risultati del settore giovanile e del calcio femminile), dall’altro le voci dissonanti si sono fatte subito sentire. Aurelio De Laurentiis, storico presidente del Napoli, ha definito la Nazionale un "giocattolo in mano a bambini", mentre il ministro dello Sport, Andrea Abodi, ha aperto a una riflessione radicale sulla necessità di una riforma che, a suo dire, deve partire inevitabilmente dai vertici della Federcalcio.
Lo scontro istituzionale e le voci fuori dal coro
La posizione del ministro Abodi, espressa in una nota ufficiale, ha il pregio della chiarezza in un momento in cui la confusione regna sovrana. Sostenendo che "il calcio italiano va ricostruito", Abodi ha puntato il dito non solo contro la mancata qualificazione in sé, ma contro l’atteggiamento di chi, come il presidente della FIGC Gabriele Gravina, ha cercato di spostare l’attenzione sulle presunte mancanze dello Stato o sulla presunta "amatorialità" di altri sport che, al contrario, hanno regalato recenti soddisfazioni al Paese. La sua è una critica che non si limita alla partita di ieri, ma che inquadra l’eliminazione come la logica conseguenza di una gestione che, negli anni, ha preferito guardare al breve termine piuttosto che gettare solide fondamenta.
Controcorrente rispetto a questa ondata di richieste di dimissioni, è intervenuto Ulivieri, il quale ha assolto Gravina sostenendo che il lavoro di un presidente non si può giudicare su una singola partita. Un ragionamento che, se da un lato appare tecnicamente ineccepibile, dall’altro urta contro la realtà di un Paese che si trova a guardare i Mondiali in televisione per la terza volta di fila, assistendo a una generazione di giovani tifosi – come sottolineato anche da diversi editoriali – che non ha mai avuto il piacere di vedere l’Italia competere sul palcoscenico più importante. A tenere banco, insomma, è la frattura tra chi considera il disastro di Zenica un fatto estemporaneo (un rigore sbagliato, un uomo in meno) e chi lo interpreta come il sintomo di un sistema che non solo sbaglia, ma che, cosa ancora più grave, sembra non avere gli strumenti per ammettere di aver sbagliato.
Il silenzio azzurro e l’ironia amara di Fiorello
In attesa di un dibattito che probabilmente infiammerà le prossime settimane, il popolo degli spettatori – e dei delusi – cerca un modo per metabolizzare l’ennesima botta. A rompere il silenzio nello spogliatoio, dopo la notte di pianti e recriminazioni, ci ha pensato il capitano Gigio Donnarumma: il portiere, oggi al Manchester City, ha scelto i social per comunicare ai tifosi la propria disperazione, raccontando di aver pianto dopo il fischio finale, ma lanciando anche un messaggio di ripartenza, consapevole che "la vita premia chi dà tutto". Un tentativo, il suo, di gettare un ponte verso il futuro, sebbene le ferite di una qualificazione sfumata ai rigori non siano facili da rimarginare.
E se la politica e il calcio giocato si interrogano su colpe e responsabilità, c’è chi sceglie la via dell’ironia per alleggerire il peso di una delusione nazionale. Fiorello, che già nella serata del 31 marzo aveva mostrato la propria amarezza sui social, ha aperto la puntata de “La Pennicanza” con Fabrizio Biggio trasformando la tragedia in una gag surreale. Con la consueta verve, il comico siciliano ha commentato l’eliminazione con l’arguzia che lo contraddistingue: "Oggi bisogna stare allegri nonostante… Tutti a casa!". E, a proposito dei diritti tv dei Mondiali acquistati dalla Rai, la battuta amara sulla bancarella di "vendesi diritti!" fuori via Asiago ha fatto il giro del web, diventando il simbolo di un modo tutto italiano di affrontare il dolore collettivo: quello di riderci sopra, ma senza mai smettere di far notare l’assurdità della situazione.
Il paradosso di un movimento che cresce e perde
Mentre i riflettori si spengono sull’ennesima débâcle, affiorano i dati oggettivi di un paradosso che fa riflettere. Il presidente Gravina, nel tentativo di blindare la propria posizione in attesa del consiglio federale della prossima settimana, ha fatto leva sui successi di settori paralleli come il calcio femminile e le nazionali giovanili, cercando di dimostrare che il movimento, preso nella sua interezza, non è in crisi. Tuttavia, per la stragrande maggioranza degli appassionati, questi argomenti suonano come un alibi: perché se è vero che le fondamenta crescono, è altrettanto vero che il tetto – la Nazionale maggiore – continua a crollare puntualmente ogni due anni, impedendo a una generazione intera di sognare.
Le parole di chi, in queste ore, ha chiesto una riforma radicale del campionato (riducendo il numero delle squadre o imponendo limiti agli extracomunitari) si scontrano con la rigidità di una struttura che, finora, ha dimostrato di saper reagire solo a calci nel medio termine. La sensazione che aleggia, a poche ore dalla sconfitta di Zenica, è quella di trovarsi di fronte a un aut aut: o il sistema smette di raccontarsi la favola che sta andando nella direzione giusta, oppure il rischio concreto è che l’abitudine alla mancata qualificazione diventi non solo la norma, ma anche la giustificazione per non cambiare mai nulla. E intanto, mentre i calciatori fanno ritorno in Italia tra lo sguardo smarrito dei tifosi, la verità rimane quella, semplice e crudele, raccontata dalle prime pagine dei giornali: per la quarta volta consecutiva, la Coppa del Mondo sarà un evento da guardare da lontano.




