Trump e i dazi, l'apocalisse che non c'è stata
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Redazione Esteri
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Quando il presidente Trump annunciò, lo scorso aprile, l’introduzione di un esteso programma di dazi doganali, le previsioni di gran parte degli economisti dipingevano uno scenario fosco, caratterizzato da un’impennata dell’inflazione e da un concreto rischio di recessione. Contro ogni pronostico, e nonostante le reiterate condanne di una stampa liberista e anti-protezionista, quel quadro catastrofico non si è materializzato, costringendo molti osservatori a un doveroso ripensamento. Le solide performance registrate dai mercati azionari nel corso degli ultimi sei mesi hanno progressivamente allontanato l’incubo delle tariffe dalle priorità degli investitori, i quali, sebbene consapevoli che il vero impatto economico di quelle misure si potrà valutare compiutamente solo nel lungo periodo, devono constatare come l’indice dei prezzi al consumo sia salito in modo del tutto impercettibile, attestandosi su un 3% dopo essere partito da un 2,9%.
Le dinamiche commerciali in trasformazione
Se da un lato l’apocalisse inflazionistica è stata smentita dai fatti, dall’altro si iniziano già a osservare, e con ogni probabilità continueranno, significativi mutamenti nelle dinamiche del commercio globale. La Cina, che molti indicavano come la grande vincitrice di questa contesa, sta invece sperimentando un brusco calo delle proprie esportazioni verso il resto del mondo, un calo che si è rivelato particolarmente pesante, toccando un meno 25 per cento, proprio sul ricco mercato americano. Una delle sorprese più rilevanti, in questo panorama ridisegnato dai dazi, è consistita proprio nella capacità della Casa Bianca di sfruttare il vantaggio cinese sulle terre rare per concludere un nuovo accordo commerciale con Pechino, un traguardo che il vicino Canada, nonostante le trattative in corso, deve ancora raggiungere.
Uno strumento di pressione politica
La politica commerciale di Trump, che impiega i dazi come uno strumento di pressione e di punizione, non manca di suscitare reazioni oltreoceano, dove in Germania, per esempio, se ne discute con una certa apprensione. L’approccio dell’amministrazione statunitense, il quale ha subito un’evoluzione significativa pur restando al centro di un acceso dibattito, sembra dunque aver prodotto effetti ben diversi da quelli inizialmente paventati. Mentre i titoli dei giornali si sono ormai spostati su altri argomenti, la struttura degli scambi internazionali sta vivendo una fase di riassestamento i cui esiti, per molti versi, rimangono imprevedibili.
La rara ammissione di un errore
In questo contesto, assume un particolare rilievo l’onestà intellettuale di chi, come il Wall Street Journal, pur mantenendo una ferma posizione critica verso il protezionismo, ha avuto la rara lucidità di ammettere come le proprie previsioni catastrofiche siano state smentite dai dati economici finora disponibili. L’America, che secondo molti analisti avrebbe dovuto infliggersi un danno da sola, ha visto il suo Pil crescere e la sua inflazione rimanere quasi stabile, mentre le sorprese legate all’applicazione dei dazi, di cui si continua a discutere l’effettiva legittimità di fronte alla Corte suprema, non sembrano affatto volersi esaurire.




