Silo riapre i suoi bunker a luglio: nella terza stagione si viaggia indietro nel tempo per capire l’apocalisse
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il conto alla rovescia è cominciato, con una data impressa in rosso sul calendario degli appassionati di fantascienza claustrofobica: il 3 luglio. Apple TV ha infatti ufficializzato il ritorno di Silo, la serie distopica creata dall’acclamato showrunner Graham Yost, che proprio in questa terza stagione – composta da dieci episodi pubblicati con cadenza settimanale fino al 4 settembre – cerca di fare un salto indietro tanto audace quanto necessario. Se le prime due annate ci avevano tenuti incollati allo schermo per scoprire cosa ci fosse oltre l’orizzonte avvelenato del Silo 18, questa nuova tornata di puntate cambia radicalmente prospettiva: abbandona per un momento la claustrofobia del presente per gettarsi a capofitto nel “Prima dei Tempi”, un’epoca lontana secoli dove si celano le radici della catastrofe. La protagonista Rebecca Ferguson, che qui veste anche i panni di produttrice esecutiva, ritrova Juliette Nichols in uno stato di fragilità inedito, sopravvissuta alla “pulizia” forzata ma affetta da una pesante amnesia mentre il suo bunker tenta malamente di ricucire le lacerazioni dell’ultima ribellione.
Un doppio binario narrativo tra presente ignoto e passato inquietante
Non si tratta di un semplice sequel, a ben vedere, quanto piuttosto di una struttura narrativa a incastro che lo show aveva già accennato nei fotogrammi finali della seconda stagione. La terza, come confermano le prime anticipazioni, affianca alle vicende di Juliette (e alla sua lotta contro una nuova minaccia concreta all’interno del silo) una linea temporale parallela. È qui che entrano in scena i nuovi innesti del cast, vale a dire Jessica Henwick nei panni della giornalista Helen Drew e Ashley Zukerman in quelli del membro del Congresso Daniel Keene: due figure del mondo di “prima” che inciampano in una cospirazione dalle proporzioni catastrofiche. La loro indagine, ci suggerisce il teaser rilasciato dalla piattaforma, sarà la chiave di volta per comprendere perché l’umanità sia stata costretta a rifugiarsi in quei colossali silos di cemento, ma anche per capire la natura reale del morbo o dell’agente tossico che ha reso inabitabile la superficie. L’impressione, osservando i fotogrammi rallentati del promo, è che Yost voglia finalmente sciogliere i nodi più intricati della vicenda, abbandonando il ruolo di mero “mistery” per abbracciare quello di un preludio alla conclusione.
Un cast corale ampliato e un rinnovo già certo per il gran finale
Accanto a Rebecca Ferguson, la cui voce fuori campo scandisce la necessità di capire “come tutto è iniziato prima di sapere come finirà”, il carrozzone degli interpreti si arricchisce di volti noti e ritorni graditi. Confermata la presenza di Common, Harriet Walter e Steve Zahn, mentre si uniscono al gruppo anche Laura Innes, Jessica Brown Findlay e un ricorrente Colin Hanks. C’è da segnalare, inoltre, una circostanza che toglie ogni dubbio sulla strategia a lungo termine della produzione: lo show è già stato ufficialmente rinnovato per una quarta e ultima stagione, le cui riprese sarebbero terminate da non molto. Una scelta, questa, che evidenzia la volontà di non trascinare indefinitamente l’universo narrativo creato da Hugh Howey (autore della trilogia letteraria bestseller da cui tutto è tratto), ma di accompagnarlo verso un epilogo pianificato e, verosimilmente, privo di colpi di scena strutturali.
Il contesto televisivo e l’evoluzione del genere “bunker”
A quasi due anni di distanza dal fenomeno mediatico di Fallout (che per certi versi ha sdoganato l’estetica post-atomica presso il grande pubblico), Silo rivendica la sua paternità nel sottogenere della sopravvivenza sotterranea, sebbene nell’ultimo periodo siano arrivate sul mercato altre proposte come Paradise (su Disney+) o Il rifugio atomico su Netflix, quest’ultima con una vena più fraudolenta che fantascientifica. A differenza di quei prodotti, però, la serie Apple TV mantiene intatto un rigore quasi meccanico nel raccontare l’ingegneria sociale e ambientale di questi giganteschi silos. Il fatto che questa terza stagione si concentri sull’archeologia della catastrofe – mostrando verdi pascoli dove ora c’è solo desolazione – suggerisce una maturazione del racconto: non più solo la lotta per la sopravvivenza in un ambiente chiuso, ma l’analisi dell’errore umano che ha reso necessario quel confinamento. Un’operazione, questa, che potrebbe riavvicinare i fan più esigenti della prima ora, quelli che aspettavano risposte concrete da quando Juliette varcò per la prima volta il confine erboso del suo campo di grano artificiale.




