Eurallumina, gli operai sul silo: undici giorni di attesa per un futuro
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Redazione Interno
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Da undici giorni, una protesta estrema si consuma a quaranta metri d’altezza, sul tetto di un silos dell’impianto di Portovesme, dove quattro lavoratori dell’Eurallumina, esasperati da uno stallo che si protrae da troppo tempo, hanno eletto il proprio presidio. La loro non è una semplice dimostrazione di dissenso, bensì un ultimatum concreto lanciato verso le istituzioni, affinché si ponga fine a un’inerzia che sta strozzando un intero territorio. Al centro della vertenza, la richiesta di sbloccare le azioni della multinazionale Rusal, la cui proprietà, legata a oligarchi russi, le ha rese oggetto delle sanzioni europee a partire dal 2023, congelando di fatto ogni prospettiva per lo stabilimento che, pur avendo un piano di rilancio da trecento milioni di euro, giace inattivo. Mentre gli operai sono tutti in cassa integrazione, sono circa millecinquecento le famiglie che vivono in una condizione di sospensione angosciosa, in bilico tra la speranza di una ripresa e il timore di un declino irreversibile.
L’attesa della ministra e la tensione sociale
In questa drammatica attesa, gli sguardi sono tutti rivolti all’arrivo della ministra del Lavoro Marina Calderone, la quale, avendo raccolto l’appello dei lavoratori, è attesa a Portovesme. “L’aspettiamo e auspichiamo che, come membro autorevole del Governo Meloni, possa portare notizie liete”, hanno dichiarato gli operai dal loro insolito ed pericoloso rifugio, esprimendo una fiducia che si mischia all’urgenza della loro condizione. La visita della Commissione Industria del consiglio regionale, se da un lato accende i riflettori sulla vicenda, dall’altro non basta a placare un’ansia che ormai serpeggia in ogni angolo del Sulcis Iglesiente, dove la tensione sociale continua a salire, alimentata dalla percezione di un tempo che scorre inesorabile senza che si intravedano sbocchi.
Le radici di una crisi sistemica
La crisi dell’Eurallumina affonda le sue radici in un periodo ben preciso, quando, tra il 2006 e il 2008, diverse realtà industriali italiane passarono sotto il controllo di capitali russi, finendo così, loro malgrado, nell’orbita di oligarchi vicini al potere del Cremlino. Quelle operazioni, all’epoca foriere di sviluppi, si sono rivelate col senno di poi un boomerang, poiché il conflitto russo-ucraino e le conseguenti sanzioni hanno messo in seria difficoltà tali aziende, da Nord a Sud del Paese. La situazione, che appare sempre più pressante per almeno tre di queste imprese, dimostra come le dinamiche geopolitiche internazionali abbiano ricadute dirette e talvolta devastanti sul tessuto produttivo locale, lasciando i dipendenti in balia di eventi su cui non hanno alcun controllo.
La Provincia richiama la politica alle sue responsabilità
In un comunicato dal tono particolarmente duro e diretto, la Provincia del Sulcis Iglesiente ha denunciato senza mezzi termini l’assenza di risposte concrete sul futuro del polo industriale, richiamando con forza la politica nazionale e regionale alle proprie responsabilità. Sottolineando che “il tempo delle promesse è finito”, l’ente locale ha messo in luce la necessità di soluzioni immediate, che vadano oltre le mere dichiarazioni di intenti e che sappiano affrontare il cuore del problema. La critica, che non ammette più aloni di ambiguità, si concentra ancora una volta sul destino dei lavoratori e delle loro famiglie, il cui avvenire non può essere lasciato in un limbo fatto di incertezze e rinvii.




