Tra formaggi inglesi e ube viola: a Tuttofood i nuovi trend che sfidano il palato e i social
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Redazione Economia
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Mentre il comparto agroalimentare italiano, con il suo valore complessivo di 700 miliardi di euro (di cui 73 derivanti dall’export), cerca di tenere il passo di una trasformazione globale che non concede tregue, a Milano si respira un’aria – per certi versi inaspettata – fatta di latte britannico e tuberi filippini. Tuttofood, la fiera leader del settore giunta alla sua seconda edizione su un’area espositiva di 85mila metri quadrati suddivisi in dieci padiglioni, diventa così il termometro di un’industria dove le antiche Dop italiane convivono con fenomeni destinati a esplodere sui social. È il caso dell’ube, un tubero viola originario delle Filippine, che sta già colorando dolci e gelati con la sua tonalità quasi irreale; e gli stessi buyer, si sa, non resistono al fascino di un ingrediente destinato a diventare virale, come del resto sta accadendo per i formaggi inglesi, la cui ascesa sorprende persino gli operatori più navigati.
L’exploit dei latticini britannici e la carne francese a trazione export
A fare da apripista a questa rinnovata curiosità internazionale sono i numeri, che raramente mentono: le esportazioni lattiero-casearie del Regno Unito hanno toccato quota 2,2 miliardi di sterline nell’ultimo anno, segnando una crescita del 16,6% rispetto al 2024. Un balzo che non è passato inosservato tra i corridoi di Rho Fiera, dove il pubblico – composto non solo da addetti ai lavori ma anche da una platea più giovane e attratta dalle novità – si è fermato a osservare con attenzione l’offerta d’Oltremanica. Alle spalle di questo successo, va detto, c’è anche il primato delle carni bovine francesi, altro polo d’attrazione capace di accendere l’interesse di visitatori e compratori. Non si tratta, evidentemente, di mode effimere: la crescita strutturale di questi segmenti interroga direttamente il made in Italy, obbligandolo a confrontarsi con competitor che fino a pochi anni fa sembravano lontani.
Il peso del food service e l’incognita delle materie prime
Al Forum della Cucina Italiana, allestito all’interno della manifestazione, sono stati presentati i dati del Foodservice Market Monitor 2026 curato da Deloitte. Ne emerge un settore, quello della ristorazione, che in Italia vale 84 miliardi di euro: un traino formidabile per l’intera filiera, ma anche un termometro sensibile alle nuove abitudini di consumo. Le politiche agricole europee, la Dop economy (con i suoi 900 prodotti certificati) e la crisi geopolitica legata ai conflitti in corso – con i conseguenti incrementi dei prezzi delle materie prime – fanno da sfondo a ogni ragionamento strategico. E proprio in questo contesto incerto, il ruolo del food service si dimostra capace di spingere il mercato, ridisegnando le modalità dell’offerta e persino l’identità di molti prodotti tradizionali.
Il Pecorino Romano Dop, baluardo identitario tra degustazioni e affari
Se i trend esteri catturano l’attenzione, non c’è però da stupirsi se il padiglione 1 (stand R01) resta uno dei più affollati: lì, il Pecorino Romano Dop si conferma tra i protagonisti assoluti di questa edizione. Un flusso continuo di visitatori – operatori internazionali, buyer e curiosi – attraversa lo spazio espositivo per assistere alle degustazioni, stringere accordi commerciali o semplicemente lasciarsi coinvolgere dai momenti di valorizzazione culturale legati a un formaggio che è tra i simboli più riconoscibili dell’agroalimentare italiano. La sua storia, la sapienza casearia che lo contraddistingue e il richiamo a un’identità produttiva antica rappresentano, in questa fiera milanese, il contraltare necessario alla febbre dell’ube viola: perché il futuro del settore, si capisce bene, non sarà fatto solo di immagini virali, ma anche di radici solide e di mercati che – come quello britannico – imparano a crescere velocemente.




