Artemis II, il conto alla rovescia per gli otto minuti di fuoco che decideranno il destino della missione
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Scienza e Tecnologia
-
Sono partiti il 2 aprile dalla Florida, avvolti da una colonna di fuoco bianco che ha squarciato il cielo notturno di Cape Canaveral, e da allora, per dieci giorni, hanno vissuto a quasi quattrocentomila chilometri di distanza da noi, sorvolando la faccia nascosta della Luna e osservando la Terra sorgere da dietro quell’orizzonte grigio e polveroso come non accadeva da oltre mezzo secolo. Ora, Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen – i quattro membri dell’equipaggio di Artemis II – si preparano ad affrontare la fase che gli ingegneri della Nasa, con quel loro linguaggio asettico e preciso, definiscono la più critica dell’intera avventura: il rientro. Non ci sono sottovalutazioni, qui, né retorica da manuale di avventura: quella che li attende è una sequenza di otto minuti di fuoco, durante i quali la capsula Orion, ribattezzata “Integrity” dall’equipaggio stesso, dovrà trasformarsi in uno scudo incandescente per riconsegnare i suoi occupanti sani e salvi alla forza di gravità.
L’incognita dello scudo termico e la traiettoria della discordia
Il problema, come spesso accade quando si sfida l’ignoto, non è tanto la destinazione quanto il viaggio di ritorno. La preoccupazione maggiore degli addetti ai lavori, infatti, si concentra sullo scudo termico della Orion, quel rivestimento di materiale ablativo chiamato Avcoat che ha il compito di proteggere la capsula quando questa impatterà l’atmosfera a velocità ipersoniche, prossime ai quarantamila chilometri orari. Già durante la missione senza equipaggio Artemis I, nel 2022, gli ingegneri avevano rilevato un fenomeno inatteso: parti dello scudo si erano staccate prematuramente, consumandosi in modo irregolare a causa di un accumulo di gas all’interno del materiale, un difetto che avrebbe potuto compromettere l’integrità della struttura se si fosse ripresentato con esseri umani a bordo. Nonostante ciò, l’amministratore Jared Isaacman si è detto fiducioso dopo analisi approfondite, optando per una modifica della traiettoria di rientro – più ripida e rapida – che dovrebbe ridurre i tempi di esposizione al calore estremo. Una scelta, questa, che non ha convinto alcuni ex tecnici dell’agenzia, come l’ingegnere Dan Rasky, che l’ha definita quantomeno avventata, ma a cui l’equipaggio, come ha ricordato lo stesso Wiseman, ha assistito durante ogni fase della costruzione della navicella, mostrando una consapevolezza lucida dei rischi che corrono.
Un’eclissi, un cratere intitolato a un ricordo e la polvere della Luna
Nella notte tra l’8 e il 9 aprile, mentre la Orion si preparava a lasciare definitivamente l’orbita lunare, i quattro astronauti hanno trovato il tempo per rispondere ad alcune domande dei giornalisti, offrendo spunti che vanno oltre la semplice cronaca di bordo. Per il comandante Wiseman, il momento più intenso non è stato il primato di distanza – i 406.771 chilometri che hanno strappato il record all’Apollo 13 – ma un gesto intimo e collettivo: la proposta dei compagni di dedicare un cratere lunare alla moglie Carroll, scomparsa sei anni fa. Victor Glover, invece, ha indicato come apice dell’esperienza l’eclissi solare totale osservata mentre la Orion volava dietro il lato nascosto del satellite: un buio profondo, durato oltre cinquanta minuti, che ha permesso loro di studiare la corona solare per un lasso di tempo impossibile da raggiungere sulla Terra. Durante quel passaggio, l’equipaggio ha assistito anche a un fenomeno raro e inaspettato: sei distinti bagliori sulla superficie lunare, causati dall’impatto di altrettanti micrometeoriti, uno spettacolo che ha confermato quanto sia ostile e bombardato l’ambiente che un giorno vorremo colonizzare.
L’addio ai rifiuti spaziali e la complessità della vita quotidiana in orbita
Mentre gli occhi del mondo sono puntati sulla spettacolarità delle manovre e sulla drammaticità del rientro, esiste un aspetto della missione che, per quanto meno epico, è altrettanto vitale per la sopravvivenza dell’equipaggio: la gestione dei rifiuti organici. Il sistema UWMS (Universal Waste Management System), ovvero la toilette di bordo, rappresenta un autentico capolavoro di ingegneria spaziale: costruito in titanio per resistere alla corrosione dei liquidi trattati chimicamente, occupa appena 0,14 metri cubi, risultando il 65% più piccolo e il 40% più leggero dei modelli utilizzati sulla Stazione Spaziale Internazionale. Il corretto funzionamento di questo apparato, che viene monitorato in tempo reale da una dashboard dati pubblica sviluppata dal data analyst Chad Ohman, non è un dettaglio secondario, poiché rientra nel più ampio sistema di supporto vitale (ECLSS) che garantisce la salute psicofisica dell’equipaggio durante i dieci giorni di viaggio. Una curiosità tecnica, forse, ma che restituisce la misura di quanto l’esplorazione spaziale dipenda da soluzioni concrete per problemi molto terreni, lontane anni luce dall’immaginario astratto dei manuali di divulgazione.




