Epatite A, focolai in Italia e l’allarme che parte dai molluschi: come si riconosce e cosa evitare

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Il sistema di sorveglianza Seieva, che fa capo all’Istituto superiore di sanità, ha registrato nel solo marzo 2026 oltre centosessanta segnalazioni di epatite A, un dato che segna un’impennata significativa rispetto ai periodi precedenti e che ha concentrato geograficamente i contagi in tre aree specifiche: Campania, Lazio e Puglia. Sono queste le regioni dove, nelle ultime settimane, le autorità sanitarie hanno dovuto fare i conti con una risalita del virus, tradizionalmente legato alla contaminazione alimentare, tanto da indurre un rafforzamento dei controlli a tappeto sulla filiera ittica. A Napoli, per restare al caso più eclatante, dal primo gennaio fino al diciassette marzo i casi accertati hanno già raggiunto quota 117, un numero che ha spinto la Asl locale a intensificare le misure di prevenzione, concentrandosi in particolare sulla tracciabilità dei prodotti ittici destinati al consumo crudo o poco cotto.

I cibi a rischio e il ruolo centrale dei molluschi bivalvi

Quando si parla di veicoli alimentari del virus, il pensiero corre immediatamente alle cozze, ma la lista è in realtà più ampia e comprende tutte le specie di molluschi bivalvi: vongole, lupini, cannolicchi, fasolari, capesante e ostriche. Questi organismi, filtrando l’acqua, possono accumulare il virus se allevati in acque contaminate da scarichi fognari, diventando così un veicolo di infezione particolarmente insidioso proprio perché spesso consumati crudi o con una cottura sommaria che non garantisce l’inattivazione del patogeno. Non solo il mare però, perché gli esperti ricordano che l’epatite A può essere trasmessa anche attraverso vegetali e frutti di bosco, soprattutto se irrigati con acqua non depurata o manipolati da persone infette, un aspetto che allarga il perimetro della prevenzione ben oltre il banco del pesce.

I sintomi da riconoscere e le misure precauzionali

Riconoscere i primi segnali della malattia è fondamentale per limitare la catena di contagio, visto che il virus si trasmette per via fecale-orale e può essere eliminato con le feci già nel periodo di incubazione, quando il soggetto è ancora asintomatico. I sintomi iniziali, spesso confondibili con quelli di una comune sindrome influenzale, includono febbre, stanchezza, nausea, dolori addominali e perdita di appetito; a questi si aggiungono poi i segni più caratteristici come l’ingiallimento della pelle e delle sclere (ittero) e le urine scure. A Pozzuoli, dove l’attenzione sanitaria è rimasta alta con nuovi casi segnalati nell’area dei Campi Flegrei, le autorità locali hanno chiesto un confronto urgente con Asl e Prefettura, mentre sono scattate misure precauzionali mirate proprio a scoraggiare il consumo di frutti di mare crudi in un periodo, quello pasquale, in cui tradizionalmente aumenta il consumo di queste specialità.

Prevenzione e controlli nella filiera alimentare

Le strategie messe in campo dalle autorità combinano quindi due approcci paralleli: da un lato la sorveglianza epidemiologica per intercettare prontamente i nuovi casi, dall’altro interventi strutturali sulla filiera produttiva che coinvolgono le zone di allevamento dei molluschi, dove vengono monitorate costantemente le acque. È proprio in questo contesto che si inserisce il lavoro delle cosiddette “retine blu e verdi”, sistemi di controllo e certificazione che garantiscono la provenienza dei mitili da aree sicure, offrendo un argine alla commercializzazione di prodotto contaminato. La prevenzione individuale resta comunque decisiva: oltre a evitare il consumo di molluschi crudi o poco cotti, gli esperti raccomandano una scrupolosa igiene delle mani, la cottura accurata degli alimenti e, per chi non fosse già immune, la valutazione della vaccinazione, considerata lo strumento più efficace per interrompere la circolazione del virus in una fase in cui l’Italia registra focolai concentrati ma persistenti.

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