Trump e il Venezuela, dopo il blitz la geopolitica del "cortile di casa" si fa incandescente
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Redazione Esteri
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L’operazione militare che ha portato alla cattura di Nicolas Maduro, atteso oggi davanti a un giudice federale a New York per rispondere delle accuse formali avanzate dagli Stati Uniti, rappresenta solo il primo atto di una partita molto più ampia, i cui sviluppi stanno rapidamente ridefinendo gli equilibri in tutto l’emisfero occidentale. Il presidente americano Donald Trump, che ha ribadito le mire statunitensi sulla Groenlandia, ha infatti esplicitato senza mezzi termini la sua dottrina, trasformando una crisi interna venezuelana in un’assertiva dichiarazione di controllo: «Siamo noi ad avere il controllo del Venezuela», ha affermato, lasciando intendere che il futuro di Caracas sia ormai una variabile dipendente dalla strategia di Washington. Una posizione, questa, che segna un netto salto di qualità nel linguaggio e nella postura geopolitica dell’amministrazione, spazzando via in poche ore le cautele diplomatiche che altri esponenti del governo avevano cercato di mantenere.
L’interim di Rodríguez e l’ombra di un secondo attacco
Con Maduro consegnato alla giustizia americana, il potere a Caracas è passato, almeno nominalmente, a una presidente ad interim, la cui nomina non sembra però aver moderato le intenzioni della Casa Bianca. Trump ha già avvertito la nuova leadership provvisoria, lasciando intendere che ci sarà un secondo attacco qualora Caracas non si comporti secondo le richieste di Washington, e garantendo nel contempo «accesso totale» alle ingenti riserve petrolifere del paese. Una mossa, quest’ultima, che chiarisce le motivazioni economiche sottostanti alla svolta militare, puntando a ribaltare di colpo le politiche energetiche e le alleanze commerciali che Caracas aveva intessuto negli ultimi decenni, le quali vedevano protagonisti attori extra-regionali e in particolare la Cina.
Gli interessi cinesi sotto minaccia nella regione
Proprio Pechino, che nell’ultimo quarto di secolo ha intensificato la sua presenza economico-commerciale e tecnologica in America Latina per erodere l’influenza tradizionale di Washington, si trova ora a dover ricalcolare la sua strategia. Il blitz di Trump in Venezuela, infatti, tocca direttamente gli interessi cinesi, minacciando di interrompere quel processo di progressivo “rosicchiamento” che aveva caratterizzato l’approccio di Pechino in quella che era stata storicamente considerata il “cortile di casa” degli Stati Uniti. L’intervento armato, dunque, non si limita a rimuovere un leader scomodo, ma scuote una delle fondamenta della proiezione di potere globale cinese, creando un precedente che potrebbe ispirare future azioni americane nella regione contro altri partner di Pechino.
Le nuove minacce a Colombia, Cuba, Messico e Iran
La nuova linea assertiva di Washington, del resto, non si esaurisce ai confini venezuelani. Il presidente americano ha esteso esplicitamente le sue minacce a una serie di altri paesi, includendo Colombia, Cuba e Messico, senza dimenticare l’Iran, in una sorta di allargamento del perimetro di intervento diretto. Questo ventaglio di avvertimenti, unito alla rivendicazione sulla Groenlandia, delinea una fase di straordinaria pressione geopolitica multidirezionale, dove la questione venezuelana funge da detonatore per un più ampio riassetto delle sfere di influenza. L’amministrazione Trump, lavorando a un governo provvisorio a Caracas, sembra quindi intenzionata a sfruttare lo slancio ottenuto per riaffermare una primazia che considera non negoziabile, spingendo i suoi avversari, sia regionali che globali, su una difensiva pericolosa e imprevista.




