Il tribunale per Putin e l’eredità inquieta di Norimberga
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Redazione Esteri
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Non vorrei una “Norimberga europea” per Putin. Quando ho letto che 36 paesi appartenenti al Consiglio d’Europa, compresa l’Italia, hanno deciso di istituire una sorta di tribunale speciale per giudicare crimini di guerra e la stessa aggressione russa all’Ucraina – iniziativa subito mediaticamente battezzata “Norimberga per Putin” – ho immediatamente pensato che mi sembrava un grande errore, proprio in riferimento alle idee di diritto di cui noi europei continuiamo a vantarci. La notizia, formalizzata lo scorso venerdì durante la riunione annuale dei ministri degli Esteri a Chișinău, segna un punto di non ritorno. L’accordo, che coinvolge trentasei Stati membri più l’Unione europea, mira a colmare quel vuoto giurisdizionale lasciato dalla Corte penale internazionale: un’assenza, dovuta al fatto che la Federazione russa non riconosce la giurisdizione della Corte per il crimine di aggressione. Si tratta di un passo politico monumentale, eppure, da giornalista che ha seguito decine di vertici internazionali, non posso fare a meno di notare l’enorme contraddizione che questa scelta porta con sé, a cominciare dal nome che le si vuole dare.
L’azzardo del diritto dei vincitori
L’entusiasmo per il tribunale speciale – che avrà sede all’Aia, come hanno confermato i Paesi Bassi – nasconde una fragilità giuridica di fondo che è proprio il rovescio della medaglia del mito di Norimberga. Nel 1945, il tribunale militare internazionale fu davvero un’eccezione: processò i gerarchi nazisti per crimini contro la pace, crimini di guerra e contro l’umanità, sfidando il principio di legalità penale proprio perché lo sterminio organizzato richiedeva una risposta straordinaria. Ma quello che oggi il Consiglio d’Europa propone – con l’appoggio dell’Ucraina, che ha sollecitato la misura già dal maggio del 2025 – è ben diverso. Si vuole istituire un giudice ad hoc per un’aggressione che è ancora in corso, e per un leader, Vladimir Putin, che è ancora al potere. Lo ammette del resto la stessa motivazione: la Corte penale internazionale può già emettere mandati per crimini di guerra (come quello per la deportazione di minori ucraini), ma non può perseguire il vertice per il “crimine di aggressione” perché Mosca non ha mai ratificato lo statuto di Roma. Si crea, quindi, un meccanismo su misura per aggirare un’obiezione procedurale. Con buona pace del principio secondo cui nessuno può essere giudicato da un tribunale istituito dopo il fatto, un principio che, se ignorato, rischia di indebolire l’autorità morale del diritto internazionale invece di rafforzarla.
L’ombra lunga della propaganda russa
C’è poi la questione della reazione speculare. Proprio mentre l’Europa cerca di emulare i giudici di Norimberga, Mosca ha messo in scena la sua controffensiva storica. Lo scorso novembre, in occasione dell’ottantesimo anniversario del processo, il Cremlino ha organizzato un grande forum intitolato “Nessuna prescrizione”. Lì, la narrazione è stata ribaltata: la Russia si è auto-proclamata erede della giustizia sovietica, accusando l’Occidente di voler riscrivere la storia. È una guerra di simboli, e in questa guerra l’istituzione di un tribunale speciale fornisce munizioni ai propagandisti. Se da un lato l’iniziativa del Consiglio d’Europa è un atto di coraggio politico, dall’altro rischia di prestare il fianco all’accusa di essere una “giustizia dei vincitori” esercitata mentre il conflitto infuria. E la storia ci insegna che per essere legittimo, un tribunale internazionale deve apparire imparziale anche agli occhi degli sconfitti, un lusso che un’istituzione nata dall’emergenza politica difficilmente potrà concedersi. Basti pensare che, nonostante l’accordo quadro sia stato firmato già nel giugno del 2025, i nodi relativi ai finanziamenti (l’UE ha stanziato i primi dieci milioni) e alla composizione dei giudici restano ancora irrisolti, lasciando il tribunale in una sorta di limbo operativo.
La fuga dalla politica nella giustizia
Forse il vero nodo, quello che rende questa operazione così complicata da digerire per chi ha a cuore lo stato di diritto, è un altro. La decisione di trentasei Paesi di procedere con questo tribunale nasconde una resa implicita: quella della politica. La diplomazia arranca, il fronte militare è bloccato e l’Unione europea cerca un’alternativa per mantenere alta la pressione su Mosca senza dover ammettere che la via negoziale è una strada sterrata. Sostituire la trattativa con la liturgia giuridica è un sollievo morale, ma non è detto che sia una strategia efficace. La Corte penale internazionale, nonostante i mandati di arresto spiccati per Putin, non ha fermato i bombardamenti; i tribunali per l’ex Jugoslavia arrivarono dopo Dayton, non prima. Creare un’aula di tribunale quando il boia è ancora in carica, con la possibilità concreta che non venga mai estradato, rischia di trasformare la giustizia in una pantomima. E una pantomima, per quanto edificante sul piano retorico, non ricostruisce le città distrutte né restituisce i bambini deportati. L’Italia, che pure ha aderito a questo accordo parziale allargato, farebbe bene a ricordare che l’autorità del diritto non si misura dal numero di condanne simboliche che si riesce a infliggere, ma dalla capacità di farle rispettare.
Meta Description: 36 Paesi del Consiglio d’Europa, inclusa l’Italia, istituiscono un tribunale speciale per Putin. Un’analisi critica sui rischi giuridici e politici di una nuova “Norimberga”.




