Petrolio in forte calo, il Wti scivola verso 81 dollari. Ma lo Stretto di Hormuz tiene alta la tensione

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il prezzo del petrolio Wti continua a scendere per il secondo giorno consecutivo, portandosi in prossimità della soglia degli 81 dollari al barile, dopo che gli operatori hanno ridimensionato il premio per il rischio geopolitico innescato dalle nuove sanzioni statunitensi contro l'Iran. La seduta di martedì ha visto il greggio americano perdere oltre il 3%, con il contratto di riferimento scambiato intorno agli 81,99 dollari, mentre il Brent con consegna a ottobre è sceso a 89,05 dollari al barile, toccando i minimi dalla metà di agosto.

Una flessione che ha portato i prezzi ai livelli più bassi dell'ultima settimana, innescando un dibattito tra gli analisti sulla reale portata della correzione e sulla sua natura, se puramente speculativa o legata a un mutamento più profondo delle prospettive di offerta.

La strategia economica di Washington e la lettura del mercato

Il fulcro del movimento ribassista va ricercato nell'annuncio, da parte del segretario al Tesoro Scott Bessent, del lancio di quella che l'amministrazione ha definito una "offensiva economica senza precedenti" contro Teheran, con l'obiettivo di mettere in ginocchio l'economia iraniana attraverso un giro di vite sulle esportazioni petrolifere e il commercio di tecnologia nucleare.

Oltre sessanta entità, individui e navi sono stati inseriti nella lista dei soggetti sanzionati, in quella che Washington ha battezzato come "Operazione Economic Outcast". Tuttavia, la reazione del mercato è stata paradossalmente opposta a quella che ci si sarebbe potuti attendere in un contesto di crescente tensione, poiché gli investitori hanno interpretato la mossa come un tentativo di esercitare una pressione massima senza ricorrere a un'escalation militare.

Il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, pur ribadendo che l'opzione di un intervento cinetico nello Stretto di Hormuz o nei pressi dell'Iran rimane sul tavolo, ha sottolineato che la pressione economica rappresenta lo strumento più efficace per indebolire il regime di Teheran. Una prospettiva che ha temporaneamente allentato le paure di un'interruzione fisica delle forniture, alimentando invece le speranze di un possibile ritorno al tavolo dei negoziati, nonostante le posizioni distanti tra le parti.

Le crepe nel fronte diplomatico: il ritorno dei diplomatici e il ruolo della Cina

A rafforzare la narrazione di una distensione, seppur non ancora formalizzata, ha contribuito la notizia, riportata dal New York Times, secondo cui il Dipartimento di Stato americano sta pianificando il rientro del personale diplomatico precedentemente evacuato dal Medio Oriente, un segnale che Washington non prevede, nell'immediato, una ripresa del conflitto su larga scala.

Un'interpretazione che ha trovato ulteriore linfa nella cautela mostrata dall'amministrazione Trump nel definire i tempi e i modi delle sanzioni, senza specificare immediatamente quali paesi saranno colpiti per aver violato le nuove direttive, concedendo loro una finestra di adeguamento.

Questo aspetto è cruciale, poiché le sanzioni hanno un bersaglio preciso e di non facile gestione: la Cina, che assorbe circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane e che ha già fatto sapere, tramite il portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian, che "farà tutto il necessario per salvaguardare fermamente i propri diritti e interessi", opponendosi a quelle che definisce "sanzioni unilaterali illecite".

La posizione di Pechino rappresenta un vincolo strutturale all'efficacia della strategia americana, rendendone l'implementazione molto più complessa di quanto suggerito dalle dichiarazioni di Bessent.

Un mercato spaccato: tra greggio in calo e prodotti in rialzo

La flessione del greggio, tuttavia, non deve essere interpretata come un allentamento delle tensioni sul fronte dei prodotti raffinati, dove la situazione rimane critica e i prezzi continuano a salire. I vertici di TotalEnergies e Shell, intervenuti alla conferenza ONS di Stavanger, hanno descritto un mercato spaccato in due: da un lato il greggio che attraversa lo Stretto di Hormuz "in modo molto tranquillo" nonostante i rischi, e dall'altro un mercato dei prodotti raffinati sottoposto a una "triplice minaccia".

L'aumento vertiginoso dei costi di trasporto, che per una nave cisterna di grandi dimensioni si aggirerebbe intorno ai 20 milioni di dollari per attraversare Hormuz, rende economicamente insostenibile il trasporto di prodotti raffinati, che viaggiano su navi più piccole. A questo si aggiungono gli attacchi dei droni ucraini contro le raffinerie russe, che hanno ridotto significativamente l'offerta di carburante, e le continue minacce nel Mar Rosso da parte dei ribelli Houthi, che hanno recentemente rivendicato un attacco contro una superpetroliera saudita.

Il risultato è che il margine di raffinazione, il cosiddetto crack spread, si sta mantenendo su livelli prossimi ai record storici, con il prezzo del gasolio e della benzina che rimangono elevati nonostante il calo del greggio, una divergenza che ha importanti riflessi sull'economia reale e sul costo della vita.

Il rischio Hormuz: attacchi e traffico ai minimi storici

Nonostante l'ottimismo prevalente sui mercati finanziari, la situazione fisica dello Stretto di Hormuz resta estremamente precaria e rappresenta un potenziale elemento di forte rialzo dei prezzi a breve termine. Il passaggio attraverso il corso d'acqua rimane pericoloso, come dimostra l'ultimo attacco a una petroliera, colpita da un proiettile non identificato e resa inabile al largo delle coste dell'Oman, un incidente che si è verificato proprio mentre l'Iran e l'Oman avviavano colloqui tecnici per una "corridoio marittimo temporaneo".

I dati sul traffico navale parlano chiaro: lunedì solo due navi cisterna hanno transitato lo Stretto, il numero più basso da inizio maggio, quando il conflitto era nelle fasi iniziali. Una riduzione drastica che equivale a una chiusura virtuale per la maggior parte del traffico commerciale, considerando che prima della guerra da qui passava circa un quinto del consumo globale di petrolio.

Sebbene le esportazioni dal Golfo Persico siano parzialmente riprese a giugno, raggiungendo i 16,1 milioni di barili al giorno, sono ancora ben lontane dalla media pre-conflitto di 24 milioni, con una capacità esportativa giornaliera di quasi 8 milioni di barili che rimane bloccata.

In questo contesto, il mercato sembra aver interiorizzato il conflitto come una condizione cronica, desensibilizzandosi agli attacchi individuali e scommettendo su una soluzione negoziata, ma la fragilità di questa scommessa è testimoniata dagli avvertimenti degli analisti, che vedono nella reazione attuale un possibile "overreaction" pronta a invertirsi bruscamente al primo segnale di una nuova escalation militare.

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