Petrolio Wti in calo, mercato scommette sulla tregua. Ma lo Stretto resta una polveriera

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il prezzo del petrolio Wti continua a perdere terreno per la seconda sessione consecutiva, avvicinandosi pericolosamente alla soglia psicologica degli 81 dollari al barile, dopo aver archiviato la seduta di ieri con un ribasso del 3,34% a 82,17 dollari.

Il movimento ribassista, che ha interessato anche il Brent sceso sotto i 90 dollari, riflette un rapido ridimensionamento del premio per il rischio geopolitico da parte degli operatori, i quali sembrano ora scommettere su una possibile de-escalation del conflitto tra Stati Uniti e Iran, nonostante le nuove sanzioni annunciate dall'amministrazione Trump.

La scommessa del mercato sulla via diplomatica

Ciò che ha innescato la correzione, a ben vedere, è un insieme di segnali che gli investitori hanno interpretato come la possibilità di una tregua, sebbene nessuno sia ancora disposto a firmare un accordo ufficiale. Da un lato, le indiscrezioni secondo cui il Dipartimento di Stato americano starebbe progettando il rientro del personale diplomatico evacuato in Medio Oriente sono state lette come un indicatore del fatto che Washington non prevede un ritorno a una guerra su larga scala.

Dall'altro, e forse con ancor più peso, gli operatori hanno accolto con favore le notizie relative ai colloqui tra Iran e Oman per la creazione di un "corridoio marittimo temporaneo" congiunto nello Stretto di Hormuz, un progetto che punta a stabilire un meccanismo di gestione permanente del traffico navale attraverso lo scambio di informazioni e la regolamentazione della viabilità.

Questa dinamica, come ha osservato Dennis Kissler, senior vice president di BOK Financial Securities, suggerisce che il mercato sta iniziando a prezzare la possibilità di un accordo di pace più rapido del previsto, e che sia Teheran che Washington stiano cercando una via d'uscita.

In questa chiave va letta anche la reazione alla cosiddetta "offensiva finanziaria" lanciata dal segretario al Tesoro Scott Bessent, che ha definito le nuove sanzioni come le più dure della storia: il timore di un'interruzione immediata dell'offerta si è attenuato, lasciando spazio alla valutazione di uno scenario in cui la pressione economica non si traduce automaticamente in una chiusura totale dello Stretto.

L'ombra della Cina e i numeri di un mercato spezzato

La partita, tuttavia, è molto più complessa di un semplice calo del premio al rischio. Il vero banco di prova per l'efficacia della strategia americana è rappresentato dalla Cina, che assorbe oltre l'80% del petrolio esportato dall'Iran via mare, e la minaccia di Bessent di escludere dal sistema del dollaro i paesi che continueranno a commerciare con Teheran pone un delicato problema di politica internazionale.

Pechino, attraverso il proprio ministero degli Esteri, ha già fatto sapere che farà "tutto il necessario per salvaguardare fermamente i propri diritti e interessi", opponendosi a quelle che definisce "sanzioni unilaterali illecite".

E mentre il prezzo del greggio scende, a ben guardare, il mercato dei prodotti raffinati sta vivendo una dinamica opposta. I vertici di TotalEnergies e Shell hanno descritto una situazione paradossale, in cui il greggio può attraversare lo Stretto di Hormuz "in modo molto tranquillo", ma i costi di trasporto proibitivi, che per una superpetroliera possono arrivare a 20 milioni di dollari, stanno di fatto bloccando il transito di navi più piccole cariche di derivati.

A ciò si aggiungono gli attacchi dei droni ucraini contro le raffinerie russe e i pericoli nel Mar Rosso: il risultato è un mercato dei prodotti petroliferi estremamente rialzista, con il premio del gasolio sul greggio ai massimi da quindici anni, un fattore che finirà per pesare sulle tasche dei consumatori occidentali, come ha ammonito lo stesso CEO di TotalEnergies.

Un ottimismo fragile tra attacchi e scorte

Il sentiment di tregua, in questo quadro, si scontra con una realtà fatta di atti di forza sul campo. Lunedì una petroliera è stata colpita e resa inabile da un proiettile non identificato all'imbocco del Golfo Persico, mentre gli Houthi hanno rivendicato un attacco contro una superpetroliera saudita nel Mar Rosso, episodi che in un contesto normale avrebbero fatto schizzare le quotazioni, ma che oggi vengono liquidati da un mercato ormai desensibilizzato alla violenza cronica.

Questo fenomeno, come notano gli analisti, è pericoloso perché il premio al rischio è stato compresso, e se dovesse verificarsi un evento strutturale come una chiusura prolungata dello Stretto o un attacco alle infrastrutture di esportazione, la repricing da sostenere sarebbe molto ampia.

A corroborare ulteriormente la tesi ribassista, e a fornire un argomento concreto agli operatori, ci sono poi i dati sulle scorte. L'American Petroleum Institute (Api) ha riportato un aumento dei greggi americani di 4,2 milioni di barili nella scorsa settimana, il che, se confermato dai dati ufficiali, segnerebbe il quarto incremento consecutivo e contribuirebbe a raffreddare i timori di un'imminente stretta dell'offerta.

Se a questo si aggiungono i dubbi sulla reale capacità dell'Opec+ di aumentare la produzione, con l'Arabia Saudita che a luglio ha prodotto 2,87 milioni di barili in meno rispetto alla sua quota, si comprende come il ribasso attuale sia il frutto di un complesso intreccio di fattori economici, logistici e diplomatici. La traiettoria dei prezzi, nei prossimi giorni, dipenderà dalla capacità di Washington di colpire gli introiti di Teheran senza provocare una reazione militare che spezzi l'illusione di una pace imminente.

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