Crisi Realco, si fermano tre supermercati del reggiano: ecco quali sono
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Redazione Economia
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Nel tentativo estremo di contenere le perdite e arginare una emorragia finanziaria che si trascina ormai da mesi, il gruppo Realco ha deciso per la chiusura temporanea di quattordici punti vendita, una misura drammatica ma ritenuta necessaria in attesa che i commissari giudiziali, recentemente nominati dal Tribunale di Bologna, possano valutare la situazione e magari individuare una soluzione strutturale. Tra questi, tre si trovano nella provincia di Reggio Emilia, territorio storicamente legato alla cooperativa fondata nel lontano 1959: si tratta del Sigma Iper di Montecchio, situato in via Sante Conti, del supermercato Sigma di Brescello, che si affaccia su via Kennedy, e del punto vendita Ecu di Reggio Emilia, collocato in via Lungo Crostolo. L’interruzione dell’attività, si badi bene, non è stata presentata come un definitivo abbandono, ma come una sospensione che dovrebbe consentire al gruppo di ridurre i costi fissi e di non aggravare ulteriormente una posizione debitoria che, secondo le ultime ricostruzioni di stampa specializzata, oscillerebbe attorno ai sessanta milioni di euro, con una perdita secca di oltre quindici milioni già registrata nel bilancio del 2024.
La procedura di concordato preventivo, depositata formalmente nei primi giorni di febbraio presso il Tribunale di Bologna, ha aperto una fase complessa e densa di incognite, durante la quale l’intera compagine aziendale, che conta circa centoquaranta punti vendita tra Emilia-Romagna e non solo, è stata affidata alla gestione temporanea dei commissari. L’incontro che si è svolto nella sede della Regione Emilia-Romagna a Bologna ha visto la partecipazione delle rappresentanze sindacali, delle istituzioni e dei vertici dell’azienda, e ha messo in luce la natura di una crisi che l’assessore al Lavoro, Giovanni Paglia, non ha esitato a definire tra le più gravi affrontate negli ultimi anni sul territorio regionale, non tanto per il numero di lavoratori coinvolti – che pure è impressionante, stimato attorno ai millecinquecento tra dipendenti diretti e addetti dell’indotto, in particolare nei settori della logistica e dei trasporti – quanto per la capillarità dei negozi, molti dei quali rappresentano l’unico presidio commerciale in piccoli comuni o in frazioni lontane dai centri principali.
L’intervento del Partito Democratico e la paura per l’occupazione
Sulla vicenda, che rischia di diventare un caso emblematico delle difficoltà che attraversano alcune realtà della distribuzione organizzata, è intervenuto con una nota il Partito Democratico, tramite il segretario provinciale Massimo Gazza e il responsabile economico Stefano Ricciardi. I due esponenti politici hanno espresso una preoccupazione che definire profonda sarebbe quasi riduttivo, sottolineando come la priorità assoluta, in questa fase di concordato, non possa che restare la salvaguardia dei millecinquecento posti di lavoro coinvolti, un patrimonio di professionalità e di esperienza che rischia di essere disperso. Nel loro ragionamento, Gazza e Ricciardi hanno messo in guardia contro il pericolo di un cosiddetto spezzatino, termine con cui si intende una frammentazione del gruppo in tante piccole parti vendute singolarmente a diversi acquirenti, operazione che, a loro avviso, finirebbe per pregiudicare irrimediabilmente la continuità occupazionale e disperderebbe il valore complessivo dell’azienda, rendendo vano qualsiasi tentativo di ripresa organica.
La cassa integrazione e l’incertezza quotidiana dei dipendenti
Nel frattempo, la macchina degli ammortizzatori sociali è stata messa in moto: per circa quattrocento dipendenti delle società a gestione diretta, tra cui la Gedis, la Appennino Discount e la Ipermontecchio, è stata avviata la richiesta di cassa integrazione, in attesa della convocazione ministeriale che ne autorizzi l’erogazione. A questi si aggiungono i novantaquattro lavoratori della sede centrale di Reggio Emilia, già in cassa integrazione dallo scorso novembre, a dimostrazione di un declino che non è improvviso ma che covava da tempo sotto la cenere. La situazione più angosciante, però, è quella vissuta giorno dopo giorno dai dipendenti dei punti vendita, come emerge dalle testimonianze raccolte, ad esempio, al Sigma di Castel San Giovanni, all’interno del centro commerciale Le Cupole. Lì, undici lavoratori, in gran parte donne, continuano a presidiare i reparti e a servire i clienti con professionalità, pur nella consapevolezza che il loro futuro è appeso a un filo e che gli scaffali, spesso, iniziano a mostrare i primi segni di difficoltà nei rifornimenti, con gli stipendi di gennaio che, secondo quanto denunciato dalle organizzazioni sindacali, rischiano seriamente di non essere pagati se non dopo l’autorizzazione del commissario giudiziale, una prospettiva che getta nello sconforto famiglie intere.
Il tavolo regionale e le mosse dei commissari per limitare i danni
L’incontro bolognese, oltre a certificare la chiusura temporanea dei quattordici punti vendita – una decisione che mira a concentrare le risorse sui negozi con maggiore potenziale di tenuta – ha visto la Regione assumersi l’impegno di mantenere un monitoraggio costante e attento sulla vertenza, promuovendo al contempo un’interlocuzione con gli istituti bancari per facilitare l’anticipazione dei trattamenti di cassa integrazione, in modo da garantire ai lavoratori una minima continuità di reddito nell’attesa che l’Inps possa intervenire direttamente. La procedura concorsuale, che ora vede in campo i commissari nominati dal giudice, dovrà fare i conti con le manifestazioni di interesse che alcuni grandi gruppi della grande distribuzione avrebbero già fatto pervenire, anche se, al momento, secondo fonti sindacali, risulterebbe esserci una sola proposta vincolante e per di più limitata a diciotto punti vendita, con l’esclusione della sede centrale e dei poli logistici, un’ipotesi che i sindacati di categoria, come Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil, hanno già bollato come insufficiente e potenzialmente devastante per l’occupazione, chiedendo invece una soluzione industriale unitaria che guardi al futuro dell’intero gruppo e non solo ai suoi rami più appetibili.




