I sondaggi post referendum tengono il campo largo avanti di mezzo punto, ma il centrodestra accorcia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La batosta referendaria incassata dalla maggioranza di Giorgia Meloni continua a far sentire i propri effetti, seppur in modo indiretto, sugli equilibri nazionali misurati dalle rilevazioni demoscopiche. A oltre un mese dal voto che ha affossato la riforma costituzionale voluta dall’esecutivo, la fotografia scattata dalla Supermedia Agi/Youtrend restituisce l’immagine di un Paese politicamente spaccato in due, con il cosiddetto “campo largo” dell’opposizione che mantiene un vantaggio, sebbene minimo, sulla coalizione di governo.

La media ponderata dei sondaggi nazionali, realizzati in un arco temporale che va dal 26 marzo all’8 aprile, mostra un testa a testa che lascia poco spazio alle interpretazioni ottimistiche per entrambi gli schieramenti. Da un lato, la coalizione che riunisce Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e le altre forze progressiste si attesta al 45,4 per cento; dall’altro, il centrodestra che sostiene l’esecutivo la segue a ruota con il 44,9 per cento, segnando un incremento dello 0,3% rispetto alle due settimane precedenti. Una forbice, quella di mezzo punto, che rischia di essere fisiologica nell’errore statistico delle rilevazioni, ma che rappresenta comunque un segnale politico inequivocabile dopo il terremoto della consultazione popolare.

Il partito di Meloni arretra, la Lega riassorbe lo “choc” Vannacci

Scavando nei dati relativi ai singoli partiti, emergono movimenti che ridisegnano le gerarchie interne agli schieramenti. Fratelli d’Italia, nonostante resti la prima forza del Paese con un consenso solido, accusa il colpo del post-referendum: il partito della premier scende al 28,1%, registrando una lieve flessione dello 0,1%. Un arretramento che, seppur contenuto, interrompe una lunga fase di crescita inarrestabile e riduce la distanza dal principale inseguitore, quel Partito Democratico che invece vive una fase decisamente positiva.

Elly Schlein, approfittando della mobilitazione vittoriosa del “No”, porta i dem al 22,4% con un incremento dello 0,6%. Una performance, quella del Nazareno, che le consente di rosicchiare terreno sull’alleato-competitore del M5S. Proprio i pentastellati, nonostante l’entusiasmo generato dalla vittoria al referendum, sembrano aver smarrito lo slancio iniziale: Giuseppe Conte perde mezzo punto, scivolando al 12,7%. Sul fronte opposto, a destra, spicca la rimonta della Lega di Matteo Salvini. Il Carroccio, dopo aver rischiato l’irrilevanza per il fenomeno Vannacci, guadagna quasi un punto percentuale in due settimane (un più 0,9%) tornando comodamente sopra la soglia del 7% (7,2%) e superando di slancio Alleanza Verdi e Sinistra.

Il peso dei moderati e lo stallo delle coalizioni allargate

Analizzando il perimetro delle alleanze, la rilevazione di Demopolis – che compone il quadro della Supermedia – conferma sostanzialmente la tenuta dei due blocchi principali. Forza Italia, con l’8,3%, si conferma terzo polo del centrodestra, mantenendo una distanza di sicurezza nei confronti della Lega. Una stabilità, quella azzurra, che non risente delle turbolenze giudiziarie o referendarie, così come una certa tenuta dei partiti centristi.

Tuttavia, la fotografia evidenzia come il sistema politico italiano resti incollato a una logica bipolare rigida: la somma delle forze che compongono il “campo largo” (Pd, M5S, Avs, Italia Viva e +Europa) supera il centrodestra solo se considerata nella sua accezione più ampia. Escludendo le formazioni minori, lo stallo è pressoché totale, sintomo di un elettorato che, dopo la scossa referendaria, sembra aver scelto di non premiare nessuno dei due schieramenti con un vantaggio netto, preferendo invece consolidare le rispettive trincee ideologiche.

L’Ungheria e lo scenario internazionale: il gradimento di Trump a un anno dalla rielezione

Lo sguardo della rubrica “Polls” si sposta poi oltre confine, dove a distanza di oltre un anno dalla sua rielezione la presidenza di Donald Trump non rappresenta più una novità giornalistica, ma un dato politico strutturato. I sondaggi internazionali analizzati durante la diretta evidenziano come l’asse tra Washington e Budapest continui a influenzare le dinamiche conservatrici europee. In Ungheria, dove il premier Viktor Orban sconta le difficoltà economiche legate all’inflazione, i rilevatori registrano un lieve calo di consenso per il partito Fidesz, pur rimanendo saldamente al comando. Le opposizioni, seppur frammentate, tentano di capitalizzare il malcontento sociale, ma senza riuscire a scalfire il solido zoccolo duro del sovranismo nazionale. I flussi migratori e le politiche di sovranità energetica restano i temi caldi che tengono banco nei sondaggi dell’Est Europa, in un contesto dove i riflessi della guerra al confine continuano a modificare le priorità degli elettori.

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