L’assalto orale di Eli Lilly al mercato dei GLP-1: orforglipron batte semaglutide nei test chiave
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Salute
-
Il panorama dei farmaci per il diabete di tipo 2 e l’obesità, ormai dominato dalla famiglia degli agonisti del recettore GLP-1, si prepara ad accogliere un nuovo protagonista destinato a cambiare le regole del gioco. La casa farmaceutica Eli Lilly ha annunciato i risultati definitivi dello studio di fase 3 ACHIEVE-3, pubblicato su The Lancet e presentato in dettaglio nei giorni scorsi, che certificano la superiorità della sua molecola sperimentale, orforglipron, rispetto all’attuale standard orale di riferimento, la semaglutide prodotta da Novo Nordisk e commercializzata come Rybelsus. Non si tratta di un semplice aggiornamento, bensì di un vero e proprio cambio di passo in una competizione che vede i due colossi farmaceutici contendersi una fetta di un mercato il cui valore, secondo le stime degli analisti, potrebbe toccare i 100 miliardi di dollari entro il 2030.
Lo studio, condotto su 1698 adulti con diabete di tipo 2 non adeguatamente controllato dalla sola metformina, ha messo a confronto diretto due dosaggi di orforglipron (12 mg e 36 mg) con due dosaggi di semaglutide orale (7 mg e 14 mg). I risultati sono netti: dopo 52 settimane di trattamento, il farmaco di Lilly ha raggiunto l’obiettivo primario di non inferiorità e, cosa più rilevante, ha dimostrato una superiorità statistica su tutti gli endpoint secondari chiave. Chi assumeva orforglipron 36 mg ha registrato una riduzione media dell’emoglobina glicata (HbA1c) pari al 2,2%, un dato che supera l’1,4% ottenuto con la dose massima di semaglutide.
Un meccanismo diverso per una maggiore flessibilità
Ciò che rende orforglipron particolarmente interessante per la comunità medico-scientifica, al di là dei numeri, è la sua natura chimica e la praticità d’uso che ne consegue. A differenza della semaglutide, un peptide di grandi dimensioni che necessita di un potenziatore di assorbimento e va assunto rigorosamente a stomaco vuoto al mattino, orforglipron è una piccola molecola (non peptide) sviluppata a partire da una scoperta della giapponese Chugai Pharmaceutical. Questa caratteristica strutturale gli conferisce una biodisponibilità più elevata e, soprattutto, la possibilità di essere ingerito indipendentemente dai pasti e senza l’obbligo di attendere mezz’ora prima di bere o mangiare. Una flessibilità, questa, che potrebbe tradursi in una migliore aderenza alla terapia da parte dei pazienti, i quali spesso abbandonano i trattamenti a causa della complessità delle regole di assunzione.
L’effetto sulla riduzione del peso reo, un fattore cruciale nella gestione del diabete di tipo 2, rappresenta un altro punto di forza. Nel trial, i partecipanti trattati con orforglipron 36 mg hanno perso in media il 9,2% del loro peso corporeo, equivalenti a circa 8,9 kg, rispetto al 5,3% (circa 5 kg) del gruppo in trattamento con semaglutide 14 mg. Si tratta di un divario significativo, che conferma come l’attivazione del recettore GLP-1 da parte di questa molecola non solo migliori il controllo glicemico stimolando l’insulina e inibendo il glucagone, ma eserciti anche una potente azione di rallentamento dello svuotamento gastrico e di soppressione dell’appetito, come del resto è tipico dell’intera classe farmacologica.
Le reazioni avverse e la strategia di lancio
Naturalmente, un’efficacia superiore comporta anche un prezzo in termini di tollerabilità. Il profilo di sicurezza di orforglipron è risultato coerente con quello degli altri agonisti GLP-1, con eventi avversi per lo più di natura gastrointestinale e di intensità da lieve a moderata. Nausea, diarrea, vomito e stipsi sono stati i disturbi più frequentemente riportati, e il tasso di interruzione del trattamento a causa degli effetti collaterali è stato compreso tra l’8,7% e il 9,7% per i due dosaggi di orforglipron, un dato più alto rispetto al 4-5% registrato nel braccio semaglutide. Gli esperti, come il professor Michael Nauck dell’Università della Ruhr a Bochum, sottolineano come questa maggiore incidenza di effetti indesiderati possa indirizzare le scelte prescrittive, riservando il farmaco a chi necessita di un controllo glicemico più intenso e tollera meglio i disturbi.
Nel frattempo, Eli Lilly non ha atteso il semaforo verde delle agenzie regolatorie per muovere le sue pedine sulla scacchiera produttiva. Forte dell’esperienza negativa maturata con i suoi stessi farmaci iniettabili, Mounjaro e Zepbound, finiti in carenza poco dopo il lancio a causa di una domanda incontrollabile, l’azienda ha accumulato scorte pre-lancio per un valore di 1,5 miliardi di dollari, destinate in larga parte proprio a orforglipron. Una mossa che mira a evitare il ripetersi di quelle difficoltà di approvvigionamento che in passato hanno favorito il fiorire di un mercato parallelo di farmaci composti, erodendo i ricavi delle case madri. La richiesta di autorizzazione per l’uso nel controllo del peso è stata già inoltrata alle autorità di tutto il mondo, e per gli Stati Uniti si attende una decisione dalla FDA entro il prossimo 10 aprile, grazie anche a un visto prioritario che accelera l’iter di revisione.
Orforglipron, in sintesi, si candida a diventare il primo rappresentante di una nuova generazione di GLP-1 orali di sintesi, potenzialmente in grado di scalzare l’attuale leader di mercato. Resta da vedere se i vantaggi in termini di efficacia e comodità d’uso riusciranno a prevalere sulle questioni legate alla tollerabilità e se la capacità produttiva messa in campo da Lilly sarà sufficiente a soddisfare una domanda che si preannuncia, ancora una volta, esplosiva.




