Luca Mercalli e l’allarme sul Mediterraneo: «Non andate al mare d’estate», ma il rischio è più profondo
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Redazione Interno
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La provocazione, destinata a far discutere, arriva dritta come un pugno nello stomaco di chi già da gennaio ha prenotato la settimana in riva al mare per il prossimo agosto. «Non andate al mare d’estate, meglio maggio o giugno»: la frase, pronunciata dal climatologo Luca Mercalli, ha subito acceso il dibattito tra chi la considera una boutade da salotto intellettuale e chi, invece, vi legge un monito che affonda le radici in dati scientifici ormai inequivocabili.
Al di là della polemica immediata, il nocciolo della questione non riguarda il desiderio di una vacanza o il diritto a un tuffo rinfrescante, ma un fenomeno che cambia la geografia stessa del nostro Paese: il surriscaldamento anomalo del bacino del Mediterraneo, un'area che gli esperti definiscono ormai un «hot spot» climatico globale.
Un mare che non si raffredda più, la notte diventa una trappola
Secondo Mercalli, il problema non è circoscritto alla temperatura dell’aria – già di per sé rovente durante le ondate di calore che ormai caratterizzano le estati italiane – ma riguarda in modo altrettanto critico quella dell'acqua, un elemento che tradizionalmente garantiva un cuscinetto termico durante le ore serali e notturne, restituendo un po' di sollievo alle città costiere.
Un mare che supera stabilmente i trenta gradi, come sta accadendo ormai da diverse stagioni, perde invece questa capacità di mitigazione, trasformandosi in un gigantesco accumulatore di calore che rilascia energia anche quando il sole tramonta.
Le conseguenze sul corpo umano, in termini di stress termico e difficoltà a riposare, sono tutt'altro che trascurabili: l'afa diventa insopportabile non solo di giorno, ma anche nel cuore della notte, e il tradizionale rimedio della finestra aperta o del ventilatore si rivela spesso inefficace contro un microclima alterato che avvolge letteralmente le località turistiche.
Cozze morte e alghe tropicali, la costa adriatica come laboratorio del cambiamento
A corroborare l'allarme di Mercalli, del resto, non sono soltanto le percezioni dei bagnanti o le lamentele di chi fatica a dormire, ma studi scientifici che documentano un vero e proprio collasso locale di alcune specie chiave. L'Università di Camerino, attraverso due diverse pubblicazioni che hanno preso in esame il tratto della Riviera delle Palme tra il 2022 e il 2024, ha fotografato una situazione drammatica per la fauna ittica stanziale.
Nel corso del 2024, in particolare, la temperatura dell'acqua ha varcato la soglia dei 30 gradi per oltre 50 giorni consecutivi, con un'ondata di calore marina della durata di 41 giorni che ha messo in ginocchio l'ecosistema bentonico.
A comporre il quadro, i ricercatori dell'unità di ricerca e didattica della sede di San Benedetto, tra cui figurano Martina Capriotti, Luca Bracchetti, Paolo Cocci, Massimiliano Fazzini e Francesco Alessandro Palermo, hanno osservato un incremento della mortalità tra i molluschi bivalvi, con le cozze che, non potendosi spostare per trovare acque più fresche, muoiono letteralmente soffocate dal caldo come fossero in una pentola a pressione.
Temperature da tropici e il rischio di precipitazioni estreme
Il dato impressionante, che suona come un campanello d'allarme per l'intero settore della mitilicoltura, trova riscontro anche in altre rilevazioni effettuate nel Mediterraneo occidentale, come quella della boa di Sa Dragonera, nelle Baleari, che ha registrato un picco di 33 gradi centigradi: un valore normalmente associato alle acque dei mari tropicali e che fa impallidire le medie storiche del nostro bacino.
L'Adriatico, in particolare, è stato definito dagli stessi ricercatori «bollente», con punte di 31 gradi che alterano i cicli riproduttivi delle specie ittiche e favoriscono l'insediamento di organismi alieni tipici di latitudini più basse.
A questo si aggiunge un aspetto che riguarda più da vicino la sicurezza delle persone e dei territori: un mare più caldo, infatti, non è solo un pericolo per la biodiversità, ma rappresenta anche un gigantesco serbatoio di energia termica e umidità che, una volta innescati i meccanismi convettivi, può scaricare sul territorio circostante precipitazioni di intensità eccezionale, di quelle che negli ultimi anni hanno più volte messo in ginocchio il Nord Italia e le zone interne appenniniche.
La ricerca di Camerino e il ruolo della biologia marina nel monitoraggio continuo
Il lavoro del gruppo di ricerca Unicam, coordinato dal professor Francesco Alessandro Palermo, con i contributi di Bracchetti e Cocci per gli aspetti ecologici e biologici, e di Massimiliano Fazzini per la parte climatologica, non rappresenta un episodio isolato, ma si inserisce in un filone di studi che da almeno tre anni monitora le oscillazioni termiche del mare e il loro impatto sugli organismi sessili.
Le due pubblicazioni, firmate anche dalla biologa marina Martina Capriotti, hanno il merito di aver messo in luce un nesso causale diretto tra l'aumento anomalo delle temperature superficiali e la moria di mitili, un fenomeno che potrebbe avere ripercussioni economiche incalcolabili per le aziende di allevamento e per l'intera filiera ittica.
Il dato dei trenta gradi superati per cinquanta giorni, un tempo impensabile per le nostre latitudini, sta diventando la nuova normalità, costringendo gli studiosi a rivedere i modelli predittivi e a interrogarsi su quanto ancora potrà resistere l'ecosistema così come lo abbiamo conosciuto fino a pochi anni fa, in un contesto in cui le ondate di calore marine non sono più un'eccezione, ma una componente strutturale delle estati mediterranee.
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