A New York il nodo palestinese all'Assemblea Onu, mentre l'Italia sceglie una strada diversa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre a New York si alza il sipario sull’ottantesima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, un tema, più di altri, domina i corridoi del Palazzo di Vetro: il riconoscimento dello Stato di Palestina, che vede schierarsi un numero crescente di nazioni europee. La posizione della Francia, espressa con chiarezza dal presidente Emmanuel Macron il quale, in un’intervista alla Cbs, ha definito quello del riconoscimento politico «l’unico modo per fornire una soluzione politica» duratura al conflitto, sembra aver dato il via a un movimento diplomatico di notevole portata. A Parigi e a Londra, infatti, si affiancano ora Malta, il Belgio, il Lussemburgo, il Portogallo, il Canada e l’Australia, oltre a realtà come Andorra e San Marino, pronte a formalizzare una scelta che punta a rilanciare, non senza frizioni, l’ormai annosa prospettiva della soluzione a due Stati.

Contro questa iniziativa, giudicata frettolosa e di facciata, si sono levati gli Stati Uniti, che con l’amministrazione di Donald Trump hanno mantenuto una linea di netto sostegno a Israele. La loro voce rappresenta un contrappeso significativo in un dibattito che divide profondamente la scena internazionale, mettendo in luce le difficoltà di trovare una quadra su una questione che, come poche altre, appare irta di ostacoli. Le parole di Macron, del resto, sottintendono un percorso complesso: il riconoscimento dello Stato palestinese è visto come il primo, indispensabile passo per avviare un negoziato credibile, che porti a un cessate il fuoco e alla liberazione degli ostaggi, in uno scenario reso ancor più complicato dagli scontri armati.

In questo contesto, l’Italia di Giorgia Meloni, presente all’assise newyorchese, segna una netta distanza dalla posizione franco-europea. Il governo italiano, come ha precisato tramite i suoi portavoce, condiziona qualsiasi ipotesi di riconoscimento di uno Stato palestinese alla precondizione che Gaza sia «libera da Hamas», allineandosi di fatto a una visione che privilegia la sicurezza e la lotta al terrorismo rispetto all’iniziativa diplomatica immediata. Una scelta che isola Roma all’interno di un’Europa dove, invece, il fronte del riconoscimento si sta allargando, lasciando al nostro paese un ruolo di osservatore attento ma non partecipante in quello che sta diventando il tema centrale dei lavori assembleari.

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