Social, la sfida della responsabilità genitoriale nel nuovo disegno di legge targato Meloni

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mentre il dibattito pubblico sembra spesso polarizzato tra la necessità di vietare e l’illusione di una tecnologia intrinsecamente neutrale, il governo ha scelto di imboccare una strada terza, seppur irta di insidie applicative, per regolamentare il rapporto tra minori e social network. Lontano dal chiasso delle crociate moralistiche, la premier Giorgia Meloni ha fornito il suo contributo al “Festival nazionale dell’Ascolto dei Minori” con un ragionamento che capovolge l’approccio consueto: non è lo smartphone il nemico, bensì la latitanza di chi, tra gli adulti, ha il dovere di fare da scudo. In un intervento che ha voluto mettere da parte le ipocrisie, la presidente del Consiglio ha affermato con chiarezza che i dispositivi elettronici, i social media e l’intelligenza artificiale non rappresentano un problema in sé, quanto piuttosto il sintomo di un disagio più vasto, che rischia di normalizzare la solitudine e l’evasione dalla realtà.

La bozza in lavorazione, che si appresta a diventare un provvedimento cardine dell’esecutivo, si fonda su un’architettura complessa che mira a costruire i cosiddetti “ecosistemi digitali sicuri”. L’obiettivo dichiarato non è quello di erigere divieti destituiti di fondamento, facilmente aggirabili da un ragazzo un po’ smaliziato, quanto piuttosto quello di offrire alternative valide e una protezione capillare. A fare sintesi di questi meccanismi, come rivelato dal sottosegretario all’Innovazione tecnologica Alessio Butti in un’intervista a Il Messaggero, sarà proprio Giorgia Meloni; Butti ha comunque anticipato l’impianto su cui si sta lavorando, che prevede un coinvolgimento a più livelli. Non si tratterà, quindi, di una semplice stretta sulle piattaforme, ma di un tentativo di coinvolgere l’intera filiera tecnologica, inclusi i rivenditori di dispositivi e i gestori telefonici, i quali saranno chiamati ad associare offerte “junior” alle Sim intestate ai minori, dotate di sistemi di controllo parentale preconfigurati.

La centralità del parental control e il nodo dell’età

L’architettura normativa, così come emerge dalle bozze e dalle audizioni parlamentari, punta molto sulla tecnologia di verifica dell’età (age verification) e sul potenziamento degli strumenti di controllo da parte delle famiglie. Secondo quanto riportato, l’intenzione è quella di integrare un sistema avanzato di attestazione anonima direttamente nell’IT-Wallet pubblico, un modello che Butti ha definito tra i più all’avanguardia a livello europeo per la sua capacità di garantire il doppio anonimato, proteggendo cioè la privacy del minore pur certificandone l’età. Tuttavia, se da un lato l’esecutivo studia soluzioni tecniche raffinate per alzare il muro d’ingresso ai social, dall’altro la responsabilità principale viene fatta ricadere sulle spalle dei genitori. La premier, nel suo messaggio, è stata esplicita nel definire gli adulti come i primi chiamati in causa, sottolineando come la consapevolezza dei rischi imponga un’assunzione di responsabilità che non può essere delegata unicamente ai colossi del web.

Un passaggio delicato di questo iter riguarda la definizione della soglia anagrafica per l’accesso autonomo ai social network. Sebbene si parli insistentemente di un limite dei 15 anni, Butti ha voluto precisare che non esiste ancora una cifra definitiva, cristallizzata nel testo, poiché l’attenzione è concentrata sulla gradualità dell’accesso in base al grado di maturità del minore. Questa apertura ha sollevato, inevitabilmente, un coro di critiche da parte di chi, come il pedagogista Daniele Novara, da tempo chiede regole chiare e vincolanti simili a quelle adottate in altri paesi europei, ovvero il divieto di smartphone prima dei 14 anni e di social prima dei 16. Novara ha bollato come “soluzione debole” l’approccio che non intacca i privilegi delle grandi piattaforme, accusando il governo di lasciare sole le famiglie dinanzi alle pressioni commerciali della tecnologia.

La “questione morale” degli adulti tra multe e inchieste

Ciò che rende unica la posizione del governo in questa partita è la volontà di non considerare le piattaforme come uniche imputate in un processo alla deriva tecnologica, pur nella consapevolezza dei pericoli rappresentati dalla dipendenza digitale e dai rischi per l’incolumità psicologica dei minori. La cronaca, in queste settimane, ci ha restituito il dramma di episodi di violenza che hanno sconvolto l’opinione pubblica, riaccendendo i riflettori sull’urgenza di interventi normativi. Eppure, l’approccio meloniano tenta di correggere il tiro: se i social sono il luogo in cui avviene il danno, la colpa non può essere solo di chi gestisce la piazza, ma anche di chi, vigilando, permette al minore di entrarvi senza scorta.

Un elemento di forte rottura, che emerge dalle indiscrezioni stampa, è la possibilità che il mancato utilizzo del parental control da parte dei genitori possa essere sanzionato amministrativamente. Una prospettiva, questa, che ha già sollevato perplessità nel mondo dell’associazionismo. Il Movimento genitori italiani (Moige), per voce del suo direttore Antonio Affinita, ha invitato il governo a studiare la documentazione raccolta in una class action in corso a Milano contro Meta e TikTok, sostenendo che spesso i sistemi di controllo sono volutamente complessi e incomprensibili per l’adulto medio, quasi come se le piattaforme non avessero alcun interesse a facilitare l’esclusione dei giovanissimi. Si delinea quindi un paradosso giuridico: punire chi subisce l’omissione di informazioni chiare da parte di chi le piattaforme le progetta.

Un ecosistema da costruire tra norme e ascolto

L’architettura del DDL 1859, che attende di essere definita nel dettaglio prima del passaggio in Consiglio dei ministri, si muove quindi su un crinale sottile. Da una parte, c’è l’ambizione di non limitarsi a gestire l’emergenza del momento, cercando invece di smantellare il meccanismo che la produce attraverso la creazione di “profili età” e l’educazione digitale diffusa. Dall’altra, c’è la consapevolezza che qualsiasi divieto, se non accompagnato da un’opera di persuasione e coinvolgimento attivo delle famiglie, rischia di rivelarsi inefficace. Alessio Butti ha parlato di “sintesi” e di un lavoro che deve tenere insieme urgenza e solidità giuridica, per evitare soluzioni simboliche che potrebbero non reggere all’esame del diritto europeo.

Proprio l’Europa, d’altronde, rappresenta il termometro di questa complessità. La Commissione ha già avviato accertamenti su colossi come TikTok, rilevando proprio l’eccessiva complessità delle interfacce di parental control, e ha aperto un fascicolo simile per Meta. L’Italia, in questo contesto, ha scelto di non attendere passivamente le decisioni di Bruxelles, ma di dotarsi di uno strumento nazionale che, nelle intenzioni, dovrà essere interoperabile con le future soluzioni europee come l’EUDI Wallet. L’obiettivo finale, nelle parole del governo, è quello di responsabilizzare tutti gli attori della catena – genitori, piattaforme, rivenditori e gestori – affinché la protezione del minore non sia più un optional o un rebus tecnico, ma un requisito strutturale della connessione. Resta da vedere se questa architettura multilivello riuscirà a tenere insieme il diritto alla privacy dei ragazzi con il dovere di protezione degli adulti, in una sfida che si gioca tanto nelle aule parlamentari quanto nelle cucine delle case italiane.

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