I minerali di Pechino e la guerra asimmetrica con Washington

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Uno degli effetti più imprevedibili dei dazi imposti dall’amministrazione Trump è stata la risposta cinese, che ha sospeso – almeno temporaneamente – le esportazioni di terre rare verso gli Stati Uniti. Fonti diplomatiche interpellate da La Stampa confermano che Pechino, senza un’adeguata contropartita, non intende riprendere a breve la fornitura di sei minerali strategici, estratti e lavorati esclusivamente in Cina, né tantomeno quella dei magneti realizzati con questi materiali. Una mossa che, se prolungata, potrebbe mettere in difficoltà settori cruciali per l’industria americana, dall’elettronica alla difesa.

La posta in gioco, però, va ben oltre il commercio. Quella tra Washington e Pechino è ormai una competizione multidimensionale, che si estende alla politica estera e agli equilibri militari globali. Mentre Trump insiste nel dipingere i dazi come una questione meramente economica, la Cina risponde colpendo dove fa più male, come dimostrano la sospensione degli ordini a Boeing e il blocco alle importazioni di gas naturale liquefatto statunitense.

Il confronto si riverbera anche in scenari apparentemente distanti, come il conflitto in Ucraina, dove Pechino ha preso posizioni in netto contrasto con gli interessi americani, o nel rilancio del carbone nonostante gli impegni climatici. Intanto, mentre l’Europa valuta ipotesi di riavvicinamento al gas russo – peraltro ancora fumose – e il Pakistan tenta accordi con Washington per mitigare l’impatto dei dazi, il mercato delle materie prime naviga in acque turbolente. Il rame, per esempio, affronta un periodo di forte volatilità, mentre il via libera all’impianto di Calcasieu Pass segnala che gli Stati Uniti non mollano la presa sul GNL

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