Referendum giustizia, la campagna si chiude tra le accuse incrociate di Meloni e Schlein
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Redazione Interno
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Si chiude ufficialmente la campagna elettorale per il referendum confermativo sulla riforma costituzionale della giustizia, quella che introduce il principio della separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, e l’appuntamento con le urne è fissato per domenica 22 e lunedì 23 marzo. A dare il là all’ultimo, intenso scambio di vedute a distanza, ci hanno pensato le due leader ai poli opposti dello schieramento politico: la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, entrambe ospiti dello speciale “Sì o No” condotto da Enrico Mentana su La7. È stata l’occasione, forse l’ultima prima del silenzio elettorale, per ribadire posizioni che nei mesi si sono fatte via via più nette.
La premier Meloni, intervenuta nello studio televisivo, ha provato a smarcare il responso referendario da qualsiasi valutazione sulla tenuta del governo, definendo la riforma un “elemento fondamentale” per un’Italia più moderna. Il suo ragionamento, articolato in un confronto serrato con il giornalista, ha voluto spostare l’attenzione sul merito della questione: votare Sì significherebbe abbracciare il cambiamento, mentre la vittoria del No, a suo avviso, rischierebbe di cristallizzare un sistema che non funziona. “Mi preoccupa il messaggio – ha detto – che in questa nazione le cose che non funzionano non si possono cambiare”. Un passaggio, questo, in cui la leader di Fratelli d’Italia ha cercato di ribaltare la narrativa sostenuta dalle opposizioni, secondo cui la consultazione sarebbe invece un giudizio sull’operato dell’esecutivo.
Dall’altra parte, Elly Schlein ha raccolto il testimone con una strategia comunicativa speculare ma opposta. Entrata in scena dopo la premier, la segretaria dem ha fatto leva su quella che definisce la natura “intrinsecamente politica” del voto. La sua difesa del No, esposta nel corso della stessa trasmissione, si è intrecciata con attacchi diretti al governo, accusato di voler “togliere di mezzo la magistratura” per concentrare il potere. Schlein ha parlato di una riforma che, lungi dal migliorare l’efficienza della giustizia, rappresenterebbe invece un pericolo per l’equilibrio disegnato dai costituenti; in particolare, la leader democratica ha insistito sul rischio che una vittoria del Sì apra la strada ad altre riforme costituzionali, come quella sul premierato, che il centrosinistra considera egualmente lesiva delle prerogative parlamentari.
Se l’incontro con Mentana ha rappresentato il momento culminante dello scontro diretto, la chiusura della campagna ha visto anche l’intrecciarsi di altri elementi che ne hanno condizionato la narrazione. A margine degli appuntamenti ufficiali, e in particolare durante il comizio finale del Pd a Milano, Schlein ha alzato il tiro su un fronte parallelo, quello giudiziario, legando il referendum a vicende che hanno coinvolto esponenti della maggioranza. Ha fatto leva sul caso che riguarda il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, chiedendo alla premier di prendere posizione immediatamente. “Meloni avrebbe dovuto pretendere le dimissioni – ha scandito –. Deve smettere di difendere i suoi e deve invece difendere la dignità delle istituzioni”. Un attacco, questo, che ha utilizzato la cornice referendaria per mettere in discussione la coerenza del governo rispetto al suo stesso slogan “chi sbaglia paga”.
Non sono mancati, nella serata, gli spazi per voci ulteriori che hanno arricchito il dibattito, seppur con pesi politici differenti. A seguire gli interventi delle due leader, lo speciale di La7 ha infatti ospitato un faccia a faccia tra Antonio Di Pietro e Clemente Mastella. Figure storiche e provenienti da esperienze politiche trasversali, i due hanno rappresentato quella quota di elettorato che non si riconosce nelle argomentazioni tradizionali dei fronti maggioritari. Le loro opinioni, pur non modificando gli schieramenti principali, hanno testimoniato la complessità di un voto che, sebbene riguardi una riforma tecnica, si è caricato di significati politici profondi.




