Fedez contro Floris e “diMartedì”: “Volevano stralci del nostro podcast per sminuirlo, complimenti per la deontologia”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il contenzioso, nato in seguito all’annuncio della partecipazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni a ‘Pulp Podcast’, ha visto il rapper Fedez puntare il dito contro la trasmissione di La7 condotta da Giovanni Floris. Nella serata di martedì 17 marzo, il cantante ha utilizzato i propri canali social per raccontare un retroscena relativo ai contatti intercorsi con la redazione del programma ‘diMartedì’, gettando ombre sulle reali intenzioni della produzione. La richiesta, secondo quanto riferito da Fedez, riguardava la fornitura di alcuni stralci di puntate precedenti del suo show, in particolare quelle che avevano visto come ospiti Antonio Tajani, Roberto Vannacci e Maurizio Gasparri, esponenti di spicco del centrodestra. L’accusa, piuttosto pesante nel merito, è che quei filmati sarebbero stati utilizzati non per un approfondimento giornalistico neutrale, bensì con l’obiettivo di “sminuire i contenuti” del podcast, una pratica che il rapper ha bollato con un ironico e pungente “complimenti alla vostra deontologia”.
La genesi dello scontro: l’invito alla premier e il rifiuto delle opposizioni
La tensione tra Fedez e il talk show di Giovanni Floris non è esplosa in un vuoto di potere, ma si inserisce nel clima incandescente creato dall’annuncio, a ridosso del referendum sulla giustizia, della presenza di Giorgia Meloni al ‘Pulp Podcast’. L’operazione, che molti hanno letto come un tentativo della premier di raggiungere un pubblico diverso e tradizionalmente distante dalle sue posizioni, ha evidentemente scatenato reazioni nei palinsesti dell’informazione televisiva. Il programma di La7, nella puntata del 17 marzo, ha dedicato uno spazio alla discussione del podcast co-condotto da Fedez e Mr. Marra, e proprio in quel contesto sarebbero dovuti andare in onda i filmati richiesti. A complicare il quadro, e a rendere forse più sensibile la reazione di Fedez, c’è la dinamica degli inviti politici: gli autori del podcast, come hanno più volte sottolineato, avevano tentato di coinvolgere nel dibattito referendario anche la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein e il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, ricevendo però una netta indisponibilità. Schlein ha declinato l’offerta in data 17 marzo, mentre da Conte non è giunta risposta alcuna, circostanza che ha lasciato spazio esclusivo alla voce del governo.
Il racconto social e la replica implicita del programma
Attraverso una storia pubblicata su Instagram, Fedez ha voluto rendere pubblico il disappunto, descrivendo i dettagli di un contatto che, a suo dire, tradiva un approccio distorto. “Siamo stati contattati dalla redazione di DiMartedì di Giovanni Floris”, ha spiegato il cantante, “e ci sono stati richiesti alcuni stralci delle nostre puntate, mi sembra quelle di Tajani, Vannacci e Gasparri”. La narrazione fornita da Fedez lascia intendere che la selezione dei contributi non fosse finalizzata a un’analisi equilibrata del fenomeno ‘Pulp Podcast’ o delle dichiarazioni degli ospiti, ma piuttosto a costruire un racconto parziale e denigratorio. La scelta di condividere pubblicamente questo retroscena, peraltro, arriva alla vigilia della messa in onda della lunga intervista alla premier, prevista per le 13 di giovedì 19 marzo, un appuntamento che promette di alimentare ulteriormente il dibattito. Dal canto loro, Fedez e Mr. Marra hanno già fatto sapere, al termine della registrazione con Meloni, che nella puntata non ci sono stati “tagli di merito” ma solo interventi tecnici, e si sono detti pronti a mostrare il girato integrale a qualsiasi autorità volesse verificare la correttezza del lavoro.
I contenuti dell’intervista a Meloni e le reazioni incrociate
Nell’attesa di vedere l’effettiva riuscita del confronto, sono già emersi alcuni passaggi chiave dell’intervista rilasciata dalla presidente del Consiglio. Meloni ha ribadito la posizione di Palazzo Chigi sul conflitto in Medio Oriente, sottolineando come l’Italia non partecipi agli attacchi contro l’Iran e lavori per una de-escalation, pur ammettendo di non avere “elementi certi per confermare o confutare” le tesi americane che hanno portato all’azione unilaterale. Sul fronte interno, ha difeso la riforma della giustizia sottoposta a referendum, respingendo la narrazione che vuole la consultazione come un plebiscito sul suo esecutivo: “Se voti no solo per mandare a casa la Meloni – ha argomentato – ti tieni sia la Meloni sia una giustizia che non funziona. Non mi sembra un affarone”. Una polemica, quella con ‘diMartedì’, che si inserisce in un più ampio dibattito sul ruolo dei media e dei nuovi formati di comunicazione politica, dove i confini tra informazione e intrattenimento diventano sempre più labili e i rispettivi territori di caccia si sovrappongono, generando attriti e reciproche diffidenze.




