Referendum, il dossier del governo sui magistrati e la campagna per il sì tra podcast e polemiche
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Redazione Cultura e Spettacolo
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A poche ore dall’inizio del silenzio elettorale che precederà il voto del 22 e 23 marzo, la macchina propagandistica del fronte del sì accelera la sua corsa, e lo fa mettendo a frutto uno strumento considerato prezioso negli ultimi comizi. Sulle scrivanie della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e dei vertici dell’esecutivo è arrivato infatti un dossier, un elenco dettagliato che raccoglierebbe venticinque casi – ma secondo alcune indiscrezioni si parlerebbe addirittura di quattrocento episodi – di magistrati, giudici e pubblici ministeri, i quali avrebbero tenuto comportamenti negligenti o inopportuni, senza per questo subire conseguenze disciplinari o vedersi preclusa la possibilità di fare carriera. Si tratta, per chi sostiene la riforma, della dimostrazione pratica di quanto la cosiddetta “responsabilità civile” dei magistrati resti sulla carta e di come, invece, nella realtà chi sbaglia non pagherebbe mai, continuando anzi a ottenere avanzamenti di carriera grazie a logiche correntizie piuttosto che a reali valutazioni di merito. L’iniziativa, caldeggiata dalla stessa Meloni e dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, mira a fornire argomenti concreti ai relatori che in queste ore stanno battendo le piazze e gli studi televisivi, per trasformare il referendum in un giudizio popolare su una presunta casta impermeabile a qualsiasi forma di responsabilità.
La campagna per il sì, in questo senso, si gioca anche su terreni inediti e lontani dai tradizionali palchi della politica. La stessa presidente del Consiglio, infatti, ha scelto di rivolgersi a un elettorato giovane e spesso distante dalle dinamiche parlamentari, partecipando a una puntata del Pulp Podcast, il programma condotto da Fedez e Mr. Marra. L’intervista, registrata domenica a Roma e in onda giovedì 19 marzo, rappresenta un tentativo di portare il messaggio referendario in quelle piattaforme digitali dove il dibattito politico tradizionale fatica a penetrare. Durante la conversazione, Meloni ha ribadito il concetto che il voto non dovrebbe essere interpretato come una sanzione nei confronti del suo esecutivo – “non si vota sulla Meloni, si vota sulla giustizia” – e ha difeso la riforma come uno strumento per garantire maggiore terzietà al giudice, sottolineando come la separazione delle carriere e il nuovo sistema disciplinare servano proprio a recidere quel cordone ombelicalare che, a suo dire, legherebbe gli eletti agli elettori all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura. Da notare come i conduttori del podcast abbiano reso noto di aver esteso l’invito a partecipare anche alla segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, e al presidente del Movimento Cinque Stelle, Giuseppe Conte: la prima avrebbe declinato l’offerta in data 17 marzo, mentre dal secondo non sarebbe giunta alcuna risposta.
Le parole del senatore Zaffini e la bufera sulle dichiarazioni contro le toghe
Nel frattempo, il clima della campagna elettorale si surriscalda ulteriormente a causa di dichiarazioni che hanno suscitato un coro di proteste da parte delle opposizioni. Il senatore di Fratelli d’Italia, Francesco Zaffini, intervenendo a un convegno per il sì a Terni lo scorso 14 marzo, ha paragonato l’esperienza di finire sotto inchiesta da parte della magistratura alla diagnosi di una malattia mortale. “Finire davanti alla magistratura – ha affermato Zaffini – è come se ti diagnosticano un cancro. È peggio di un plotone d’esecuzione, perché con quello sai che devi morire, mentre dal cancro puoi guarire o morire, ma il problema è che ti curano i medici; se vai nelle mani della magistratura, invece, è un’avventura”. Parole che hanno immediatamente scatenato la reazione dei partiti di opposizione, con il Movimento Cinque Stelle che ha parlato di attacco diretto a uno dei poteri dello Stato e Angelo Bonelli di Alleanza Verdi Sinistra che ha definito le dichiarazioni indecenti, accusando la maggioranza di alimentare un clima di odio contro i magistrati. La polemica si inserisce in un quadro già teso, dove il ministro Nordio, da par suo, aveva in precedenza difeso la riforma sostenendo che le attuali sanzioni per gli errori giudiziari sarebbero meri “buffetti” che non incidono sulle carriere, provocando la replica del presidente del comitato per il No, Enrico Grosso, secondo cui non esisterebbe alcuna connessione diretta tra i casi di errore giudiziario e le modifiche costituzionali in votazione.
A complicare ulteriormente il quadro, le dichiarazioni di Zaffini arrivano in un momento in cui la maggioranza cerca di proiettare un’immagine di pacificazione e di riforma equilibrata. Lo stesso Nordio, del resto, aveva tenuto a precisare in più occasioni di non volere in alcun modo umiliare la categoria, rivendicando la propria storia personale di magistrato che ha rischiato la vita durante gli anni del terrorismo. Eppure, la scelta di diffondere un dossier con i nomi dei magistrati ritenuti negligenti – molti dei quali, come riportato da Il Messaggero, riguarderebbero casi di migranti finiti ingiustamente in centri di detenzione o in carcere per errori o dimenticanze dei giudici di sorveglianza – sembra andare nella direzione opposta, quella di una personalizzazione dello scontro che trasforma il referendum in un’occasione per regolare i conti con una parte dello Stato. La premier, nel corso della sua intervista a Il Dubbio, aveva dichiarato di non voler punire nessuno, ma l’utilizzo di questi elenchi nei comizi e la scelta di portare la propria testimonianza in un podcast di largo ascolto come quello di Fedez, suggeriscono piuttosto la volontà di portare il dibattito su un piano emotivo, quello delle storie personali di chi si è sentito vittima di un sistema giudiziario percepito come distante e talvolta spietato. La campagna, ormai, è entrata nel vivo, e ogni strumento comunicativo, dalla carta ai social, dal comizio alla piattaforma streaming, viene utilizzato per convincere un elettorato che i sondaggi danno diviso e che, con un’affluenza attesa intorno al cinquanta per cento, potrebbe riservare sorprese.




