La premier da Fedez e il giallo dei tagli: la replica di Pulp Podcast tra chiarimenti e polemiche
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Redazione Cultura e Spettacolo
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È online l’intervista di Giorgia Meloni a Pulp Podcast, la trasmissione condotta da Fedez e Mr. Marra, e come spesso accade quando la comunicazione politica valica i confini tradizionali per addentrarsi nel territorio, talvolta insidioso, delle piattaforme digitali, il dopo è immediatamente scandito da polemiche e precisazioni. Al centro della ridda di voci, questa volta, ci sono i tagli che sarebbero stati apportati alla registrazione originale, un piccolo giallo mediatico che ha costretto i conduttori a una presa di posizione netta e pubblica. Al termine della puntata, infatti, compaiono tre schermate nelle quali il programma ci tiene a specificare, con una chiarezza che non lascia spazio a fraintendimenti, che «non ci sono stati tagli di merito» bensì soltanto interventi «tecnici», dovuti ai cambi scheda delle camere o a interruzioni esterne; una precisazione, questa, resa necessaria per smentire quelle che vengono definite «le tante falsità che sono state dette in questi giorni» relativamente a presunti interventi censori post-registrazione.
La produzione, e questo è un passaggio che aggiunge un elemento di trasparenza non trascurabile in un dibattito pubblico spesso incline alla mistificazione, si è detta pronta a fornire il girato integrale a qualunque autorità volesse verificare la corrispondenza tra quanto dichiarato e quanto effettivamente accaduto in sede di registrazione. Viene inoltre specificato, forse per tacitare chi vede in questa ospitalità una forma di appiattimento informativo, che con gli ospiti politici vengono concordati esclusivamente i macro-argomenti, mai lo script completo: lo si evincerebbe, a loro dire, dalla circostanza che molte delle domande e delle controargomentazioni sono nate in diretta come reazione alle parole della presidente del Consiglio, rendendo di fatto impossibile una pianificazione a tavolino del copione.
La presidente del Consiglio, nel corso dei cinquantacinque minuti di conversazione, ha toccato i nodi caldi dell’attualità, dalla politica estera – con un passaggio dedicato alla crisi del diritto internazionale e alle «reazioni spropositate» di Israele, pur riconoscendo la minaccia esistenziale rappresentata dall'Iran per lo Stato ebraico – fino alla riforma della giustizia, cuore pulsante della sua comunicazione a ridosso del referendum. È proprio su quest'ultimo fronte che Meloni ha cercato di smontare quella che definisce una «trappola»: la tendenza, da parte del fronte del No, a trasformare la consultazione in un plebiscito sul suo governo. La premier ha ribadito con forza che non si voterà su di lei, bensì su un principio, quello della separazione delle carriere, invitando chi la avversa a distinguere i piani: se si è d'accordo con i contenuti del referendum, ha argomentato, converrebbe votare Sì per migliorare la giustizia, rimandando tra un anno, in occasione delle elezioni politiche, il giudizio complessivo sull'esecutivo.
Non sono mancati, nella puntata, momenti che hanno catturato l'attenzione del web al di là dei contenuti politici. A catalizzare i commenti è stato soprattutto il siparietto finale, un vero e proprio blooper andato in scena durante le riprese: mentre la presidente del Consiglio stava ragionando, un membro del suo staff l'ha interrotta per segnalarle che il microfono le stava coprendo il volto in camera. La reazione, immediata e colloquiale, è stata un colorito «Santa Madonna, famme finì», cui ha fatto seguito il rimprovero per averle fatto perdere il filo del discorso, un momento di spontaneità che il programma ha scelto di includere come una sorta di post-credit, alimentando ulteriormente la circolazione del video sui social. Una scelta, quella di mostrare il dietro le quinte, che forse mira a umanizzare il personaggio politico ma che, inevitabilmente, finisce per moltiplicare i piani di lettura di una performance, quella della comunicazione politica in ambiente digitale, che di spontaneità, in realtà, ha ben poco.
Il contesto politico e le assenze eccellenti
L'operazione Pulp Podcast si inserisce in una strategia comunicativa che guarda con interesse crescente ai formati innovativi e ai pubblici giovani, tradizionalmente meno raggiunti dai messaggi della destra. La scelta di Fedez e Mr. Marra, del resto, non è casuale: il primo è un personaggio capace di mobilitare l'attenzione su larga scala, il secondo un professionista del mondo Twitch e podcast, e insieme hanno costruito una piattaforma che ha ospitato voci diversissime tra loro. Lo stesso Mr. Marra, per sgomberare il campo dalle accuse di parzialità, ha mostrato le mail inviate ai leader delle opposizioni, Elly Schlein e Giuseppe Conte, per offrire loro lo stesso spazio di confronto; la segretaria del Pd avrebbe rifiutato, il leader del Movimento 5 Stelle non avrebbe mai risposto alla sollecitazione. Un elemento, questo, che i conduttori hanno utilizzato per ribadire la propria terzietà, sottolineando di aver offerto a tutti i partiti la possibilità di partecipare al dibattito, e invitando chi critica a non «piangere» se poi le occasioni di confronto vengono colte solo da alcuni.
L'impressione, al netto delle strumentalizzazioni, è che la politica italiana stia metabolizzando i nuovi linguaggi con tempi e modi ancora disomogenei, e che l'appuntamento con Pulp Podcast rappresenti, al di là dei contenuti specifici dell'intervista, un tentativo di normalizzare un canale, quello dei creatori di contenuti, che altrove, a cominciare dagli Stati Uniti dove Trump è tornato alla Casa Bianca dopo essere passato da Joe Rogan, ha già dimostrato una capacità di penetrazione e di influenza non inferiore a quella dei media tradizionali. La premier, dal canto suo, ha utilizzato lo spazio per ribadire concetti già espressi in altre sedi, dal doppio Csm al sorteggio dei membri laici, cercando di smontare quelle che definisce «tesi surreali» avanzate dai detrattori della riforma, senza però aggiungere elementi nuovi al dibattito. Se ne è avuta la riprova nelle parole spese per difendere l'impianto della riforma Nordio, con un passaggio dedicato alla necessità che la lista per il sorteggio sia molto lunga e concordata con le opposizioni, quasi a voler prevenire le critiche su una presunta occupazione della magistratura da parte della politica.
Il giallo dei tagli, insomma, si è risolto in un nulla di fatto, o almeno in un nulla di sostanziale, dal momento che la produzione ha opposto una smentita secca e documentabile alle voci che circolavano. Resta, piuttosto, la sensazione che la comunicazione politica nell'era dei podcast e dei social network proceda per sottrazione e per aggiunta simultanee: si toglie il formalismo dell'intervista tradizionale, ma si aggiungono strati di significato, interpretazioni e controinterpretazioni che trasformano ogni passaggio in un potenziale campo di battaglia. La premier ha giocato la sua partita, i conduttori hanno difeso il loro lavoro, e il pubblico, diviso tra curiosi e militanti, ha assistito a un ennesimo capitolo di quella lunga serializzazione della politica che trasforma ogni apparizione pubblica in un evento da decodificare, frammentare e, talvolta, mistificare.




