Giorgia Meloni, la scommessa del pulp podcast e i numeri di una scelta (quasi) controcorrente

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Sembrava un azzardo, forse lo è stato, ma la scelta di Giorgia Meloni di accettare l’invito di Fedez e Mr. Marra per una puntata del “Pulp Podcast” – andata in onda giovedì 19 marzo, a ridosso del voto – ha finito per restituire un’immagine chiara di come la comunicazione politica stia cercando nuove rotte, fuori dagli schemi rigidi della televisione generalista. La presidente del Consiglio, in un momento di massima esposizione mediatica in vista del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, ha deciso di sedersi su quel divano – o meglio, di mettersi al microfono accanto al rapper e al personal trainer – per parlare a un pubblico che, forse, i tradizionali comizi non raggiungono più. Una presenza, la sua, che ha immediatamente innescato un dibattito acceso, con tanto di critiche e apprezzamenti, ma che, al netto delle polemiche, si è tradotta in numeri difficili da ignorare: milioni di visualizzazioni e un’impennata di follower tanto per i canali social del presidente del Consiglio quanto per quelli del programma, a testimonianza di un’operazione che ha saputo intercettare l’attenzione al di là delle tradizionali appartenenze politiche.

Il mezzo e il messaggio secondo Alessandro Benetton

A spezzare una lancia a favore di questa strategia comunicativa ci ha pensato, a sorpresa, Alessandro Benetton. Il presidente di Edizione, che già nel 2018 aveva iniziato a utilizzare i social e i video come strumento di dialogo diretto, ha definito la partecipazione della premier al podcast “una scelta comunicativa coerente con i tempi”. In un video pubblicato sui suoi profili, Benetton ha spostato l’attenzione dal contenuto al contenitore, chiedendosi retoricamente se abbia ancora senso credere che “il mezzo cambi il messaggio” o che “sedersi su un divano invece che dietro un leggio renda meno valide le parole”. Per l’imprenditore, che ha costruito una presenza digitale rilevante con oltre centomila follower tra Instagram e LinkedIn, la credibilità di un leader non si gioca più sulla scelta del palcoscenico – che sia uno studio televisivo o un podcast indipendente – ma sulla capacità di parlare in modo diretto, trasparente e senza filtri. La sua analisi, che arriva da uno dei primi manager italiani a scommettere sulla comunicazione disintermediata, sembra legittimare una scelta che molti, nei giorni precedenti, avevano invece etichettato come azzardata o, peggio, poco istituzionale.

Numeri, audience e il peso dei canali non tradizionali

A dare ragione a chi parlava di mossa azzeccata, però, sono stati i dati di ascolto, per quanto parziali visto che la natura stessa del podcast – fruitibile on demand – continuerà a generare visualizzazioni anche nei giorni successivi al voto. L’intervento della premier non solo ha generato milioni di visualizzazioni in poche ore, ma ha rappresentato un vero e proprio volano per la crescita digitale sia della comunicazione diretta di Palazzo Chigi sia per il format ideato da Fedez e Mr. Marra. In un contesto in cui la politica fatica spesso a intercettare i giovani – un target che secondo gli analisti rischiava di disertare le urne per il referendum – l’operazione ha dimostrato una capacità di contaminazione tra linguaggi diversa da quella dei tradizionali talk show. A ciò si aggiunge il fatto, più volte rimarcato dagli stessi conduttori, che lo spazio era stato offerto a tutte le parti politiche: la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein aveva declinato l’invito, mentre nessuna risposta sarebbe arrivata dal leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte. Una scelta, quella di Meloni, che ha così capitalizzato un’assenza, occupando uno spazio comunicativo lasciato sostanzialmente libero dagli avversari.

Dal “Pulp” al voto, una scommessa sui linguaggi

La puntata, registrata eccezionalmente a Roma, ha visto la presidente del Consiglio affrontare temi scottanti – dalla riforma della giustizia, con la separazione delle carriere e i meccanismi di selezione del Csm, fino alle tensioni internazionali e al rapporto con gli Stati Uniti, dove Trump siede nuovamente alla Casa Bianca – con un registro più colloquiale del solito, alternando momenti di argomentazione tecnica a scambi più informali. La scelta di un abbigliamento meno formale (un maglione di lana con paillettes) e la volontà di rispondere anche a domande scomode (come quelle sull’articolo 31 della legge sulla sicurezza) sono sembrate parte di una strategia precisa per normalizzare la propria immagine anche davanti a un pubblico potenzialmente ostile o distaccato. Al di là delle valutazioni politiche sull’esito del referendum, che avrebbe poi visto prevalere il fronte del “No” con il 53,7% dei voti, resta il fatto che l’operazione comunicativa di Meloni rappresenta un caso di studio sul nuovo rapporto tra potere e piattaforme digitali. In un’epoca in cui i formati creator-driven – nati in modo indipendente dai grandi editori – guadagnano terreno, la premier ha scelto di giocarsi una partita decisiva su un terreno che fino a poco tempo fa era considerato periferico, portando il dibattito costituzionale nel cuore di un ecosistema mediatico parallelo.

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