Giorgia Meloni a Pulp Podcast, il giallo dei tagli tecnici e l'ira del programma contro le «falsità»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L’intervista della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a Pulp Podcast, il format condotto da Fedez e Mr. Marra, è stata pubblicata puntualmente intorno alle 13 di giovedì 19 marzo, ma a generare un vero e proprio caso mediatico, ancor prima che si potessero analizzare compiutamente i contenuti della lunga chiacchierata di cinquantacinque minuti, è stata una questione formale che ha infiammato il dibattito nelle ore immediatamente successive. Al termine della puntata, infatti, compaiono tre schermate esplicative piuttosto rare per il genere, una sorta di nota dei curatori destinata a spegnere sul nascere quelle che loro stessi definiscono voci insistenti relative a presunti interventi sul materiale grezzo della registrazione. La produzione, attraverso quelle righe sovrapposte allo schermo, ha voluto mettere nero su bianco una precisazione netta: «Tra le tante falsità che sono state dette in questi giorni, ci sono state anche quelle su potenziali tagli post registrazione», si legge, ribadendo con forza che nella puntata «non ci sono stati tagli di merito» ma soltanto interventi definiti «tecnici», legati per lo più ai cambi delle schede nelle telecamere o a interruzioni esterne avvenute in sala durante le riprese.
La replica del programma, che per l’occasione si è spinta fino a dichiararsi disponibile a «fornire il girato integrale ad autorità che volessero verificare ciò», appare particolarmente dura nei toni, quasi a voler blindare la propria credibilità messa in discussione da una parte dell’opinione pubblica e forse anche da ambienti politici che avevano letto la presenza della premier in un contesto giovanile e popolare come una mossa comunicativa opaca. I conduttori, dal canto loro, hanno tenuto a sottolineare come la modalità di lavoro sia rimasta la stessa adottata per tutti gli altri ospiti che hanno popolato le loro puntate, da Gherardo Colombo a Nicola Gratteri, passando per esponenti del fronte del No come Carlo Calenda e Nicola Fratoianni: con Meloni, spiegano, sono stati concordati a grandi linee i macro-argomenti da affrontare, ma non certamente uno script dettagliato delle battute, elemento che sarebbe facilmente evincibile dalla natura spontanea e reattiva delle domande che i due conduttori hanno posto in risposta alle dichiarazioni della premier.
Lo stile comunicativo e il siparietto del microfono
Se le polemiche si sono concentrate sulla forma, la sostanza dell’intervista ha offerto diversi spunti di riflessione, a partire dal linguaggio utilizzato dalla presidente del Consiglio, che ha mostrato un lato meno formale e più colloquiale, infarcito di quelle che i cronisti hanno definito stampelle linguistiche come i frequenti «diciamo» e «chiaramente». Ma il vero elemento di rottura, quello che ha fatto il giro dei social e ha umanizzato il confronto, è stato un piccolo fuori onda finito volutamente in coda alla puntata, quasi come una scena post-credit dei film: un siparietto in cui Meloni viene interrotta da un membro del suo staff mentre sta sviluppando un ragionamento. Il tecnico la avvisa di un problema legato alla posizione del microfono che le copre il volto, e la reazione della presidente è tutt’altro che artefatta. «Ho capito, famme fini’, però», dice visibilmente infastidita, salvo poi lasciarsi scappare un esclamativo «Santa Madonna» prima di concludere, non senza una punta di ironia, con un «Mo m’hai fatto perdere il ragionamento» che ha spiazzato i presenti e fatto sorridere il web.
L’episodio, lungi dall’essere un banale inconveniente tecnico, è diventato la prova vivente, per i produttori del podcast, dell’assenza di una regia censoria o di una volontà di ripulitura eccessiva del prodotto finale. Se ci fossero stati tagli di merito veri e propri, ragionano in molti, probabilmente sarebbe stato rimosso anche quel momento di frizione che mostra una premier colta in un frangente di privata esasperazione, lontana dai protocolli rigidi delle conferenze stampa o delle interviste televisive tradizionali. D’altronde, come ha avuto modo di spiegare nei giorni scorsi Tommaso Longobardi, il responsabile della comunicazione digitale di Meloni, l’obiettivo era esattamente quello di raggiungere pubblici diversi, parlando a quella fascia di cittadini che ormai si informa prevalentemente attraverso le piattaforme digitali e i podcast, seguendo una scia tracciata anche da figure internazionali come Donald Trump, che proprio dialogando con l’ex lottatore Joe Rogan aveva trovato una sponda comunicativa efficace durante la sua campagna elettorale.
Il merito del referendum e la trappola del voto personale
Superato il velo delle polemiche tecniche, il cuore politico dell’intervista ha riguardato naturalmente il referendum sulla giustizia, in programma per domenica e lunedì, e la riforma che porta la firma del ministro Nordio. Meloni, incalzata da Fedez e Mr. Marra, ha cercato di spostare il baricentro della discussione dal piano del giudizio sul suo esecutivo a quello, a suo dire più sostanziale, dei contenuti della riforma stessa, avvertendo gli elettori che trasformare la consultazione in un plebiscito pro o contro di lei sarebbe stata una trappola. La premier ha ribadito come, anche in caso di vittoria del No, non abbia alcuna intenzione di dimettersi, rivendicando la volontà di portare a termine il mandato e di sottoporsi al giudizio degli italiani solo alle prossime elezioni politiche, quelle in cui si voterà effettivamente per il rinnovo del Parlamento. Da qui il consiglio, quasi paradossale, rivolto a chi la detesta: votare Sì per migliorare la giustizia ora, e rimandare la resa dei conti politica al momento opportuno, perché altrimenti si rischierebbe di tenersi una premier sgradita senza neanche ottenere una riforma funzionante del sistema giudiziario.
Nel dettaglio, Meloni ha difeso la separazione delle carriere come strumento per garantire la terzietà del giudice e ha spiegato il meccanismo che dovrebbe regolare la composizione futura del Csm, sottolineando che la lista dei membri laici, quelli di nomina politica, dovrà essere costruita insieme alle opposizioni e approvata con una maggioranza qualificata dei tre quinti, impedendo di fatto alla maggioranza di governo di agire in solitaria. Un’apertura al dialogo che, nelle sue parole, non sarebbe stata raccolta dall’opposizione, colpevole di aver difficoltà a contestare la riforma nel merito e di aver quindi ripiegato sulla personalizzazione dello scontro elettorale.
Politica estera e l’autonomia europea
L’intervista ha toccato anche corde internazionali, con la presidente che ha ribadito la posizione di cautela dell’Italia rispetto all’escalation in Medio Oriente e all’attacco contro l’Iran. Meloni ha chiarito che l’Italia non parteciperà ad azioni militari e che il suo impegno è piuttosto concentrato sulla de-escalation e sulla protezione dei militari e dei cittadini italiani presenti nell’area. Riconoscendo le «reazioni spropositate» da parte di Israele, ha però contestualizzato la risposta israeliana nell’ambito di una percezione esistenziale della minaccia iraniana, visti i proclami di Teheran circa la distruzione dello Stato ebraico. In un passaggio successivo, sollecitata dai conduttori, la premier ha allargato il discorso alle relazioni transatlantiche, sottolineando come l’Europa abbia per troppo tempo accettato una posizione di dipendenza strategica dagli Stati Uniti per la difesa, dalla Russia per l’energia e dalla Cina per le materie prime, rilanciando la necessità di una maggiore autonomia europea, un tema reso ancora più urgente dal nuovo corso della presidenza Trump e dall’evidente crisi del diritto internazionale che vede moltiplicarsi decisioni unilaterali.




