Giorgia Meloni a “Pulp Podcast” tra numeri, vittimismo e il fantasma di Sollecito

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Settantasette per cento. Tanto ha parlato Giorgia Meloni nella puntata di “Pulp Podcast”, il format di Fedez e Mr. Marra che sta ridefinendo i confini tra comunicazione politica e intrattenimento digitale. Un monologo, più che un’intervista, se si considera che i due conduttori, seduti accanto a lei, si sono limitati a sorridere e a fare da spalla, interrompendola solo per sistemare un microfono che, nel dietro le quinte, ha scatenato un sonoro “Santa Madonna” della premier. L’analisi delle parole, in questa messa in scena, restituisce la fotografia di una narrazione quasi ipnotica: “diciamo” ripetuto 43 volte, “chiaramente” 42. Un tic verbale che, lungi dall’essere un semplice vezzo, costruisce una cadenza colloquiale studiata per aggirare le domande scomode senza mai sembrare realmente in difficoltà.

La scelta di approdare su YouTube, del resto, non è casuale. Il calcolo è esplicito e si nutre di una leggenda moderna, quella della campagna elettorale americana appena vinta da Donald Trump, tornato alla Casa Bianca dopo una cavalcata mediatica che deve molto al “mostro sacro” dei podcast, Joe Rogan. L’ex lottatore di arti marziali miste rappresenta il modello: un canale dove Kamala Harris, si racconta, rifiutò di andare pretendendo di dettare le condizioni (un’ora di tempo e la trasferta nel suo studio), perdendo così l’occasione di intercettare un elettorato giovane e maschile che la leggenda considera decisivo. Fedez e Mr. Marra, nel loro piccolo, sembrano non aver dimenticato quella lezione, costruendo un salotto che si propone come neutro ma che, di fatto, ha offerto alla premier uno spazio privo di contraddittorio per blindare il suo messaggio a ridosso del referendum.

La retorica del merito e il a corpo con la sinistra

Il filo conduttore della conversazione è stato il tentativo di spostare l’ago della bilancia dal piano politico a quello tecnico. “Ho tentato di stare nel merito in questa campagna elettorale”, ha dichiarato Meloni, ribaltando l’accusa di strumentalizzazione contro il fronte del “No”. Secondo la sua ricostruzione, sarebbero le opposizioni a voler trasformare la consultazione del 22 e 23 marzo – che non prevede quorum e riguarda la separazione delle carriere dei magistrati, con la creazione di due Csm distinti e un’Alta corte disciplinare – in un voto sulla fiducia al governo. “Chi vota No – ha avvertito al Tg5 – non mi manda a casa e rimane con una giustizia che non funziona”. Una formula che mira a disinnescare il potenziale boomerang di una sconfitta elettorale, spiazzando chi spera di usare l’urna per infliggere un colpo all’esecutivo.

Sul piano dei contenuti, la premier ha rivendicato l’europeismo della riforma, sottolineando come almeno 21 Paesi su 27 abbiano già adottato la separazione delle carriere, respingendo al mittente le accuse di “deriva illiberale”. Un passaggio, questo, che rivela la strategia comunicativa di fondo: assumere le sembianze della riformatrice garantista, cercando di sottrarre terreno al centrosinistra su un tema storicamente sensibile come quello della giustizia. Ma è nella parte finale del podcast che il discorso si è fatto più scivoloso, abbandonando la teoria per toccare la cronaca giudiziaria più dolorosa.

L’ombra di Meredith Kercher e la replica di Sollecito

A chiudere l’intervista, o meglio il monologo, è stato un riferimento che ha riacceso i riflettori su uno dei casi giudiziari più controversi della storia italiana. Fedez ha citato Raffaele Sollecito, l’ingegnere informatico condannato e poi definitivamente assolto per l’omicidio di Meredith Kercher, avvenuto a Perugia nel 2007. “Si è fatto svariati anni di galera e gli è stato rifiutato il risarcimento per ingiusta detenzione”, ha detto il rapper, chiedendo alla premier se una vittoria del Sì potesse evitare casi simili a quello di Enzo Tortora.

La risposta di Meloni ha cercato di incardinare la vicenda nella sua narrazione di sistema giudiziario malato. Ha parlato di una persona accusata di omicidio senza cadavere, di indizi trasformati in prove, di carriere dei magistrati che proseguono nonostante gli errori giudiziari. “Al netto che gli hai rubato l’esistenza... milioni di euro magari con i soldi dei cittadini”, ha affermato, dipingendo uno scenario di risarcimenti automatici e generosi per chi subisce un’ingiusta detenzione. Un ottimismo, quello della premier, che ha trovato una fredda e immediata smentita proprio dall’interessato. “Sono contento che la nostra premier sia così ottimista sui risarcimenti per ingiusta detenzione – ha replicato Sollecito –. Purtroppo nel mio caso e in tanti altri la realtà è ben diversa”. La sua richiesta, legata ai quasi quattro anni passati in cella, è stata infatti respinta in Cassazione, un dettaglio che stride con la sicurezza mostrata dalla presidente del Consiglio nella ricostruzione delle garanzie per gli imputati.

L’arma segreta è solo un podcast della buonanotte?

Al di là dei numeri (oltre 700mila visualizzazioni in poche ore) e del dibattito sulla par condicio, con le opposizioni che hanno lamentato un trattamento di favore mentre la segretaria del Pd Elly Schlein declinava l’invito, resta la sostanza di un’operazione culturale precisa. La formula è quella del “podcast della buonanotte”, dove la durezza della politica viene ammorbidita da un’atmosfera intima e informale. “Fai il podcast, sarai moderno e raggiungerai i giovani”, sembra suggerire il trend, dimenticando però che mentre Meloni parlava indisturbata, il confronto sul merito della riforma costituzionale proseguiva altrove, in sedi ben meno accoglienti.

Nel frattempo, a “Tg4 – Diario del giorno”, il confronto referendario ha visto schierati Ettore Rosato per il Sì e Matteo Ricci per il No, mentre Raffaele Sollecito, intercettato in un’intervista separata, ha avuto modo di rispondere punto su punto alla premier, restituendo al dibattito quella complessità che il format del podcast, con la sua narrazione fluida e priva di ostacoli, tende inevitabilmente a schiacciare. La politica entra nel digitale, ma la cronaca giudiziaria, con i suoi risvolti umani e le sue sentenze definitive, resiste alla semplificazione.

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