L'avvertimento di Meloni sul referendum: “Se vince il no il prezzo lo pagano gli italiani”
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Redazione Interno
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La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha rotto gli indugi a pochi giorni dall’apertura delle urne, e lo ha fatto usando un tono che mescola la discesa in campo diretta con una sorta di avvertimento ai cittadini elettori. Intervenuta al Tg1 delle venti, la premier ha voluto rassicurare i suoi e, al contempo, chiarire un punto che, nelle ultime settimane, era diventato oggetto di dibattito tra le forze politiche: le possibili ripercussioni di un’eventuale sconfitta del “Sì” sulla tenuta dell’esecutivo. “Non temo nessun tipo di contraccolpo politico”, ha scandito Meloni, spiegando che la maggioranza che sostiene il governo è solida e coesa, al contrario di un’opposizione che, a suo dire, appare divisa e litigiosa al suo interno. Il vero problema, semmai, è un altro: se la riforma dovesse essere bocciata, a rimetterci sarebbero i cittadini. “Saranno gli italiani a pagarlo”, ha ribadito, “non lo paga il governo”. Un’affermazione, questa, che sposta il baricentro del confronto dall’agone politico alle conseguenze pratiche sulla vita quotidiana delle persone, cercando di smarcare Palazzo Chigi da una lettura puramente plebiscitaria della consultazione.
Del resto, la strategia comunicativa messa in campo dall’entourage della presidente del Consiglio è chiara e, per certi versi, innovativa rispetto al lessico familiare della politica tradizionale. Mentre in Parlamento e nei talk show serali si consumava l’ennesima polemica sulla par condicio, con le opposizioni pronte a denunciare presunte scorrettezze, Meloni ha scelto un palcoscenico diverso per portare avanti la sua battaglia. La sua presenza imminente a Pulp Podcast, la trasmissione in streaming condotta dal rapper Fedez e da Mr. Marra, rappresenta una mossa studiata a tavolino per intercettare quel segmento di elettorato — spesso giovane e disilluso — che difficilmente segue i comizi o le tribune politiche. Una scelta, quella di sedersi tra i pannelli fonoassorbenti di uno studio gestito da personaggi discussi ma seguitissimi, che ha costretto la sinistra a rincorrere, o quantomeno a interrogarsi sulla propria capacità di penetrazione in certi ambienti culturali. Ma non è stato solo un esercizio di stile: nell’intervista registrata con i due conduttori, la presidente ha ribadito con forza il concetto che il referendum non deve essere trasformato in un giudizio sulla sua persona. “Non si vota sulla Meloni, si vota sulla giustizia”, ha ripetuto, quasi a voler blindare psicologicamente quegli elettori che, pur tentati di usare la scheda per esprimere dissenso verso l’esecutivo, potrebbero finire per vanificare una riforma attesa da decenni.
Lo spettro del “No” e la solidità del governo
L’intervista al Tg1, infatti, è servita anche a mettere nero su bianco la differenza tra l’attuale situazione politica e quella, ben più turbolenta, del 2016, quando Matteo Renzi decise di legare il suo destino alla riforma costituzionale, salvo poi dimettersi dopo la sonora sconfitta. Stavolta, ha tenuto a precisare Meloni, la posta in gioco è diversa: il governo non cadrà, e il suo mandato proseguirà fino alla scadenza naturale della legislatura. Una precisazione doverosa, visto che negli ultimi giorni si erano moltiplicate le voci di un’eventuale crisi in caso di trionfo delle urne del “No”. “Ho già detto che non mi dimetterò”, ha ribadito, perché i governi cadono quando perdono l’appoggio parlamentare, e la maggioranza attuale — nonostante le fibrillazioni e i distinguo interni — regge. Quello che preoccupa maggiormente la presidente, semmai, è lo scenario di un’Italia che si lascia sfuggire l’occasione per modernizzare un settore, quello giudiziario, da sempre considerato un tallone d’Achille del sistema-Paese. “Se non riusciamo a cambiare quello che non funziona, non cresceremo mai”, ha tagliato corto.
Ma al di là dei proclami, la campagna referendaria ha assunto toni sempre più accesi, e Meloni non ha risparmiato stoccate a coloro che, a suo giudizio, stanno diffondendo notizie false pur di convincere gli italiani a votare no. “Mi è dispiaciuto vedere persone autorevoli dover diffondere notizie false”, ha confessato a caldo, riferendosi probabilmente a quei magistrati e opinionisti che dipingono la riforma come un attacco alla Costituzione o una resa dei conti con la magistratura. Secondo la premier, infatti, il testo in votazione non è né di destra né di sinistra, ma rappresenta una sintesi di proposte — come la separazione delle carriere o il sorteggio dei membri del Csm — che in passato erano state avanzate anche da esponenti oggi schierati nel campo del “No”. Da qui l’accusa di aver trasformato il voto in un referendum contro il governo, sfruttando la pelle degli italiani per evitare di discutere nel merito. La politicizzazione della campagna, insomma, è stata letta come un tentativo di mascherare l’imbarazzo di chi, in passato, sosteneva idee simili e oggi è costretto a fare marcia indietro per non dare ragione all’esecutivo.
La mossa pop e il confronto (mancato) con l’opposizione
L’apparizione nel podcast di Fedez, in questo senso, è un tassello di un mosaico più ampio. Non si tratta solo di una trovata pubblicitaria o di un tentativo di apparire trendy, ma di una precisa volontà di allargare il bacino di consensi andando a pescare in un mondo, quello dei giovanissimi, spesso refrattario ai richiami della politica istituzionale. La scelta di Fedez e Mr. Marra, d’altronde, è stata quella di provare a creare un luogo di dibattito aperto, avendo invitato a più riprese esponenti del “No” come l’ex magistrato Gherardo Colombo, Nicola Gratteri, Antonio Di Pietro e persino Carlo Calenda. Gli stessi conduttori, peraltro, hanno reso noto di aver tentato di coinvolgere la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, e il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ricevendo però un rifiuto o, nel caso del secondo, nessuna risposta. Una circostanza che ha permesso a Meloni di giocare in solitaria, occupando uno spazio mediatico lasciato scoperto dagli avversari e rivendicando, semmai, la propria disponibilità al confronto su qualsiasi piattaforma.
Durante quella chiacchierata, destinata a diventare virale, la presidente ha affrontato anche i nodi più spinosi della riforma, dalla separazione delle carriere — che servirebbe, a suo dire, a garantire la terzietà del giudice — fino alla composizione dei nuovi Consigli superiori della magistratura e dell’Alta corte disciplinare. Per la prima volta, ha anche aperto a un coinvolgimento delle opposizioni nella stesura delle norme attuative, qualora la riforma dovesse passare, proponendo di mantenere la soglia dei tre quinti per la selezione dei membri laici e di introdurre un periodo di cooling off per evitare che ex politici finiscano direttamente negli organi di autogoverno. Una mossa, questa, che cerca di disinnescare le critiche sulla presunta volontà di controllo della maggioranza sulla magistratura, spostando l’asticella sulla necessità di condividere le scelte con chi oggi si oppone.
Intanto, mentre il duello referendario infiamma la vigilia, l’esecutivo ha cercato di mostrarsi attivo anche su altri fronti, come quello del caro-carburanti, varando un decreto che taglia venticinque centesimi al litro e introduce un credito d’imposta per gli autotrasportatori. Un intervento tecnico, quello deciso in Consiglio dei ministri, che mira a contrastare la speculazione e a evitare che gli aumenti si riversino a cascata sui beni di consumo. Ma è sul referendum che si concentrano ora i riflettori: l’esito delle urne, al di là dei proclami sulla tenuta del governo, decreterà se l’Italia avrà imboccato la strada di una riforma epocale della giustizia o se, ancora una volta, avrà scelto di rimandare la resa dei conti con un sistema da molti ritenuto farraginoso.




