Meloni da Fedez a “Pulp Podcast”: nessun attacco a Teheran e lista del Csm con le opposizioni

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’operazione comunicazione della presidenza del Consiglio, in vista dell’appuntamento referendario del 22 e 23 marzo, ha subìto una sterzata decisa e per certi versi inaspettata, approdando negli studi – se così si possono definire – del “Pulp Podcast”, il format condotto da Fedez e Mr. Marra che vanta un seguito milionario soprattutto tra i giovanissimi. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, si è seduta al tavolo dei due conduttori per una chiacchierata a tutto campo, registrata eccezionalmente a Roma e in uscita giovedì 19 marzo alle 13, nella quale ha ripercorso i nodi caldi dell’attualità politica interna e internazionale, cercando di tessere una trama discorsiva che possa raggiungere anche chi i talk show tradizionali non li guarda più.

Nel corso dell’intervista, della quale è stato diffuso un trailer che ha già sollevato un vespaio di polemiche, la premier ha affrontato il tema della riforma costituzionale della giustizia con argomenti pensati per smontare la narrazione di chi vede nella consultazione un mero giudizio sul suo esecutivo. “Non si vota sulla Meloni, si vota sulla giustizia”, ha tenuto a sottolineare, lanciando un messaggio preciso a quell’elettorato che, pur non condividendo l’operato del governo, potrebbe essere tentato di esprimersi contro la riforma per ragioni puramente politiche. E proprio su questo punto ha costruito un ragionamento articolato, spiegando che, qualora dovesse vincere il No, non avrebbe alcuna intenzione di dimettersi, e l’unico risultato sarebbe quello di mantenere in piedi un sistema giudiziario che lei stessa definisce inefficace.

Dai microfoni del podcast, condotto da chi in passato non aveva risparmiato critiche feroci alla classe politica – si ricordi lo scontro sul “pandoro-gate” del 2022 –, Meloni ha anche voluto offrire un’apertura concreta sul metodo con cui verranno selezionati i membri laici del Consiglio superiore della magistratura, qualora la riforma passasse il vaglio popolare. Ha proposto, infatti, un meccanismo che costringa la maggioranza a sedersi al tavolo con le opposizioni, mantenendo la soglia dei tre quinti per la composizione delle liste; una mossa, questa, volta a blindare il principio dell’imparzialità e a scongiurare il rischio di lottizzazioni politiche. La separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, ha aggiunto, serve proprio a rafforzare la terzietà del giudice, un principio cardine che la riforma intende blindare.

Sul fronte della politica estera, e più specificamente sulla crisi in Medio Oriente e le tensioni con l’Iran, la posizione ribadita dalla presidente è stata quella di una netta presa di distanza da qualsiasi coinvolgimento militare diretto. “L’Italia non partecipa a questo attacco nei confronti dell’Iran e non intende partecipare”, ha dichiarato senza lasciare spazio a interpretazioni, sottolineando come il ruolo del nostro Paese debba essere esclusivamente quello di facilitare un processo di de-escalation. Ha poi allargato il discorso alle fragilità strutturali dell’Europa, richiamando la necessità di costruire un’autonomia strategica che riguardi la difesa, l’approvvigionamento energetico e le materie prime, pena una subalternità pericolosa in uno scacchiere globale sempre più instabile. E lo ha fatto con un passaggio che suona come un monito: se si delega a qualcun altro la propria sicurezza, non lo si può pretendere gratuitamente.

La scelta del palco, però, ha scatenato immediate reazioni, non tanto per il contenuto quanto per l’assenza di una voce contraria a così poche ore dal voto. Il duo del podcast ha respinto le accuse al mittente, pubblicando le mail inviate alla segretaria del Partito Democratico Elly Schlein e al leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, invitati a partecipare e, di fatto, risultati indisponibili: la prima ha declinato l’offerta il 17 marzo, il secondo non ha mai risposto. Mr. Marra, via social, ha rincarato la dose spiegando che i tentativi di coinvolgere i leader dell’opposizione andavano avanti da mesi, ma che solo Meloni, nella settimana clou, aveva accettato la sfida di un confronto diretto con un pubblico tanto vasto quanto, spesso, distante dalle aule parlamentari.

La strategia dei due forni e l’assenza del fronte del No

La scelta di Fedez e Marra di blindare la loro produzione mostrando i tentativi andati a vuoto con i big del centrosinistra non ha però del tutto placato le critiche, incentrate sulla tempistica serrata delle comunicazioni. Le mail a Schlein e Conte, come è stato fatto notare, risalgono al 12 marzo, una data che lascia intendere come lo spazio per organizzare una contro-programmazione fosse, oggettivamente, ridotto all’osso. Eppure, come hanno replicato i conduttori, l’accelerazione è stata dettata dalla necessità tecnica di registrare e mandare in onda la puntata prima del voto, una condizione posta non solo dalla premier ma anche da altri ospiti intervenuti in precedenza, da Nicola Gratteri a Gherardo Colombo, passando per Antonio Di Pietro e Carlo Calenda.

L’articolo 31 e i servizi segreti

Nel lungo colloquio, spazio è stato trovato anche per questioni più tecniche ma non meno controverse, come l’articolo 31 della legge sulla sicurezza, quello che disciplina le operazioni dei servizi segreti. Meloni ha difeso la norma spiegando che lungi dall’introdurre poteri occulti, essa serve ad aggiornare gli strumenti di prevenzione del terrorismo, garantendo la necessaria copertura agli agenti che operano in contesti ad altissimo rischio. Ha tenuto a precisare, comunque, che ogni operazione resta sottoposta a un rigido controllo istituzionale, un passaggio che prova a smontare le accuse di chi vedeva in quella norma una deriva securitaria senza precedenti.

L’impressione, a conti fatti, è che l’esecutivo abbia scelto di giocare la partita del referendum su un terreno narrativo completamente nuovo, ibridando i codici della comunicazione istituzionale con quelli, ben più scanzonati, del mondo dei podcast. E se da un lato l’operazione può apparire spiazzante, dall’altro certifica come i confini tra politica e intrattenimento siano ormai definitivamente crollati, con i leader che inseguono il pubblico là dove il pubblico effettivamente si trova: online, in cuffia, lontano dai salotti televisivi della domenica sera.

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