Referendum, il dossier del governo con i 25 casi di magistrati “che non pagano” e la campagna per il sì tra podcast e polemiche
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Redazione Cultura e Spettacolo
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A pochi giorni dal voto sul referendum che riguarda la riforma della giustizia, voluta fortemente dall’esecutivo e approvata dal Parlamento nello scorso dicembre, la macchina della comunicazione di maggioranza e opposizione ha accelerato la propria marcia verso la tornata elettorale del 22 e 23 marzo. Sulle scrivanie della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e dei vertici di Fratelli d’Italia è comparso in queste ore uno strumento destinato a rivelarsi un ago della bilancia nei comizi di chiusura della campagna: un dossier, un elenco dettagliato che conterrebbe venticinque nomi e cognomi di giudici e pubblici ministeri. A questi magistrati, secondo quanto si apprende, vengono contestati comportamenti inopportuni o episodi di negligenza professionale che, paradossalmente e nonostante tutto, non avrebbero impedito il perpetuarsi di valutazioni positive nelle rispettive carriere. L’iniziativa, che si inserisce in un dibattito già infuocato sulla separazione delle carriere e sulla cosiddetta “responsabilità civile” delle toghe, mira a fornire argomenti concreti a sostegno del Sì, cercando di dare un volto e una storia a quella che la propaganda di governo definisce come una casta impermeabile a qualsiasi forma di conseguenza per i propri errori.
La premier sceglie i podcast e il senatore Zaffini infiamma il dibattito
Nel tentativo di intercettare un elettorato spesso distante dai tradizionali palchi della politica, la presidente Meloni ha deciso di giocare una partita decisiva anche sui nuovi media. Dopo aver partecipato a numerose trasmissioni televisive, la scelta è caduta sul “Pulp Podcast”, il format condotto da Fedez e Mr. Marra. Un’intervista, quella registrata nella capitale, che andrà in onda giovedì 19 marzo, a ridosso del silenzio elettorale, e che rappresenta un tentativo di portare le ragioni della riforma in un contesto più informale e diretto, lontano dalle aule di Montecitorio. Non è mancata, in questo contesto di ricerca spasmodica del consenso, una stoccata alle opposizioni: gli stessi conduttori del podcast hanno reso noto di aver invitato più volte la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, e il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte. Se da piazza del Gesù è arrivata una risposta negativa in data 17 marzo, dal quartier generale del Movimento non sarebbe giunto alcun riscontro, lasciando campo libero alla sola presidente del Consiglio.
Ma la campagna per il Sì non si gioca solo sui toni pacati delle interviste. Nel corso di un evento a Terni, il senatore di Fratelli d’Italia Francesco Zaffini, che presiede la commissione Sanità, ha scelto una metafora destinata a sollevare un vespaio di polemiche. Richiamando una precedente dichiarazione della capo di gabinetto del ministro Nordio, che aveva parlato di “plotone d’esecuzione”, Zaffini ha paragonato l’esperienza di finire sotto inchiesta alla diagnosi di un cancro. “È peggio di un plotone d’esecuzione”, avrebbe aggiunto il parlamentare, scatenando la reazione immediata delle forze di opposizione che hanno letto in quelle parole un attacco diretto e senza precedenti alla credibilità e al ruolo costituzionale dell’ordine giudiziario.
Nordio a reti unificate e il nodo dell’affluenza alle urne
In un clima ormai incandescente, dove il confine tra la riforma tecnica della Costituzione e il giudizio sull’operato del governo appare sempre più sottile, il ministro della Giustizia Carlo Nordio è intervenuto nel corso di un confronto televisivo su SkyTg24 con il presidente del comitato per il No, Enrico Grosso. Il guardasigilli ha lanciato un appello agli italiani, auspicando un’affluenza che si attesti almeno tra il cinquanta e il sessanta per cento, una soglia che, a suo dire, conferirebbe maggiore legittimazione all’esito della consultazione, qualsiasi esso sia. Durante il faccia a faccia, Nordio ha ribadito la necessità di voltare pagina, garantendo che, in caso di vittoria del Sì, il governo si impegnerà a trovare quella “pacificazione” con la magistratura che finora è mancata. Una promessa, quella del dialogo, che Grosso ha accolto con più di una perplessità, ricordando come la riforma sia stata portata avanti senza recepire alcun emendamento delle opposizioni e senza un reale confronto con i diretti interessati.
Il ministro ha poi difeso uno dei punti più controversi della legge, il sorteggio dei membri del futuro Consiglio superiore della magistratura, spiegando che questo metodo avrebbe il pregio di recidere quel legame, considerato ormai malato, tra elettori ed eletti e di mettere fine al predominio delle correnti. Dall’altra parte, Grosso ha definito il meccanismo non solo “asimmetrico” ma addirittura “umiliante” per la categoria, sottolineando il paradosso per cui i rappresentanti laici, espressione della politica, continuerebbero a essere scelti mentre i magistrati verrebbero sorteggiati come in una tombola. Sul fronte delle sanzioni per gli errori giudiziari, definite da Nordio come meri “buffetti” senza conseguenze reali, Grosso ha replicato seccamente: se quelle sanzioni erano così blande, ha chiesto retoricamente, perché il ministro non le ha mai impugnate?
La strategia del governo e il voto che non riguarda Palazzo Chigi
Con l’avvicinarsi delle urne, la presidente Meloni ha cercato in ogni sede di ribaltare la narrazione che vorrebbe il referendum come una sorta di giudizio anticipato sul suo esecutivo. Nel corso della chiacchierata con Fedez e Mr. Marra, così come in altre apparizioni pubbliche, la premier ha scandito un concetto chiaro e diretto: non si vota su di lei, né sul destino del governo, ma esclusivamente sul merito di una riforma che, a suo avviso, punta a modernizzare il Paese. “Se vince il No, io resto qui”, avrebbe tagliato corto Meloni, cercando di smontare la strategia di quanti, nel campo del fronte progressista, sperano di trasformare la consultazione in un voto sanzione contro l’esecutivo. Un tentativo, quello di depotenziare la carica politica del voto, che si scontra però con la realtà di una campagna elettorale sempre più aspra, dove i toni si inaspriscono di giorno in giorno e dove la giustizia, da tema tecnico, è ormai diventata il terreno di uno scontro che appare, a tutti gli effetti, politico e identitario.




