Il ritorno di Verdone tra cuori smarriti e love coach: “Scuola di seduzione” è già cult

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un’arte, nell’Italia contemporanea, che sembra essersi smarrita nei meandri di un’intelligenza artificiale sempre più pervasiva: l’arte di non saper amare. E Carlo Verdone, l’ultimo grande malincomico che il nostro cinema possa ancora vantare – quello, cioè, che non ci ha mai deluso nemmeno nei momenti di minor fulgore – ha deciso di metterla in scena con la precisione di un anatomista e la leggerezza di un clown. Il suo nuovo film, “Scuola di seduzione”, disponibile in streaming su Paramount+ dal primo aprile, è un affresco corale che non si limita a far ridere, ma che restituisce, con una dolcezza amara, lo specchio di un paese intero alle prese con le proprie insicurezze sentimentali.

Una commedia degli equivoci al tempo degli algoritmi

Il regista romano, tornato alla regia dopo un’assenza che ai suoi estimatori – quelli che lo seguono con la stessa fede incrollabile riservata alla Roma calcistica – è parsa eterna, costruisce la sua narrazione attorno a un espediente apparentemente semplice: un gruppo di aspiranti seduttori, persi in un labirinto di contraddizioni e fragilità, si affida a una love coach per imparare ciò che dovrebbe essere naturale. Eppure, come spesso accade nei suoi lavori migliori, la comicità nasce proprio dallo scarto tra l’artificio e l’autenticità, tra la tecnica di approccio studiata a tavolino e l’imbarazzo genuino di chi, davanti all’altro, si sente nudo. Nel cast spiccano volti noti come Lino Guanciale e Vittoria Puccini, affiancati da una candidata all’Oscar, Sara Sirtori, che aggiunge spessore a un ensemble già di per sé solido.

Malinconia e ironia: il doppio registro verdoniano

Ciò che rende “Scuola di seduzione” un’opera tutt’altro che banale – e qui sta il vero marchio di fabbrica dell’autore – è la capacità di mescolare la risata fragorosa con una vena malinconica che non scade mai nel patetico. Verdone, infatti, non si limita a dirigere: interpreta anche una delle figure chiave del film, e lo fa con quella mimica che ha reso celebri i suoi personaggi, ma senza mai cadere nell’autocitazione. Le storie che si intrecciano sullo schermo raccontano di cuori persi, di sei anime in cerca di un’intesa che la tecnologia promette di facilitare ma che, paradossalmente, rende sempre più ostica. Si ride, sì, ma con un nodo alla gola; si riconoscono le proprie goffaggini, le proprie paure, quei silenzi che nessuna app può colmare.

Un’Italia dolceamara senza giudizio

La forza del film, come del resto gran parte della produzione più riuscita di Verdone, risiede nell’assenza di una morale preconcetta. Non c’è una condanna verso l’era degli algoritmi, né un’apologia del passato che fu. C’è invece un ritratto lucido e affettuoso di un’Italia che si interroga – a volte goffamente, a volte con tenerezza – su cosa significhi davvero incontrare l’altro. Le inchieste giudiziarie o i fatti di cronaca nera non trovano spazio in questa commedia, perché l’indagine qui è tutta interiore: si svolge nei salotti disordinati, nei silenzi imbarazzati di un primo appuntamento, nelle lezioni di una love coach che promette ricette facili per problemi antichi. E Verdone, da par suo, non offre soluzioni: si limita a osservare, a farci ridere di noi stessi, e a ricordarci che l’amore, forse, resta un atto di fede – così come la fedeltà a un regista che, anno dopo anno, continua a non deludere.

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