Il rammarico di D’Aversa: a San Siro il Toro c’è ma manca la cattiveria
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Redazione Sport
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Sul terreno di San Siro, teatro calcistico per eccellenza che per l’occasione si faceva carico di una cornice europea in vista degli imminenti eventi olimpici -3, il Torino ha messo in scena una prestazione che, al di là del risultato finale, ha restituito al pubblico un’immagine precisa della squadra. Roberto D’Aversa, chiamato a raccogliere un testimone pesante dopo l’esonero di Baroni -1, ha scelto di non nascondersi dietro la semplice consolazione della buona prova. Per lui, che ha iniziato questa avventura granata con la necessità di ricostruire non solo il gioco ma anche un rapporto complicato con una piazza storicamente esigente e ferita da una stagione negativa, la lettura della gara contro il Milan passa attraverso un filtro sottile: quello dell’orgoglio misto al rammarico. Il tecnico, nei suoi interventi post-partita, ha ripetuto più volte il termine “orgoglioso”, quasi a voler cristallizzare un sentimento positivo che faccia da collante per il futuro, pur nella consapevolezza che il calcio, si sa, è fatto di episodi e di quella cattiveria che a volte fa la differenza più della qualità.
L’analisi di una prestazione che vale quanto un punto
La squadra, quella che D’Aversa ha definito a più riprese come un gruppo dal “potenziale importante”, è scesa in campo con un’identità chiara, riuscendo a tenere testa a una delle formazioni più accreditate del campionato per lunghi tratti della gara. La costruzione del gioco, fluida in alcune fasi, e la capacità di creare occasioni hanno evidenziato il lavoro svolto dallo staff tecnico in un mesetto scarso di gestione; un lavoro che, nelle intenzioni dell’allenatore, mira a estrarre il meglio da una rosa dotata di giocatori forti. Tuttavia, come spesso accade in questi frangenti, il dato statistico della prestazione si scontra con la cruda realtà del tabellino. Il ko di San Siro, un campo che storicamente si conferma difficile per i granata, lascia in eredità un rimpianto difficile da digerire: quella decina di minuti di blackout ad inizio ripresa, un lasso di tempo in cui la concentrazione è venuta meno e il Milan ne ha approfittato per indirizzare la contesa. È qui che si annida il vero rammarico dell’allenatore, un rammarico che non riguarda l’atteggiamento generale (definito “da Toro”) ma esclusivamente la gestione di quei momenti determinanti in cui la partita si spezza.
“Non ho la bacchetta magica”: il realismo di un tecnico in costruzione
Le parole di D’Aversa, rilasciate ai microfoni di Dazn al termine del match, hanno il sapore di un realismo che non cerca scuse, ma nemmeno facili entusiasmi. “Non ho la bacchetta magica”, ha dichiarato il tecnico, mettendo le mani avanti rispetto a un’eventuale narrazione miracolistica che potrebbe circondare il suo arrivo. Questa frase, in realtà, sintetizza bene il momento che sta vivendo il Torino: l’arrivo dell’ex allenatore dell’Empoli era stato accolto con scetticismo da una tifoseria già delusa dal recente passato, ma la prova di San Siro ha restituito un’immagine di ordine e determinazione che forse mancava da tempo. D’Aversa, nel rimarcare il lavoro svolto con i suoi ragazzi, sottolinea come la squadra abbia seguito le indicazioni, esprimendo un potenziale offensivo che adesso va solo sfruttato con maggiore cinismo. L’orgoglio di cui parla, quindi, non è solo un sentimento fine a se stesso, ma diventa il fondamento su cui costruire una salvezza che, per quanto lontana dalle zone calde della classifica, richiede ancora attenzione e continuità.
Orgoglio e cattiveria: il dualismo del nuovo corso
A fare da contraltare a questa ritrovata fierezza per la prova intensa e corale, c’è l’amarezza per aver lasciato punti pesanti per strada proprio quando il match sembrava incanalato sui binari giusti. Il tecnico granata ha recriminato apertamente sulla differenza, sottile ma sostanziale, che intercorre tra il “giocare bene” e l’avere “cattiveria e determinazione” nei frangenti decisivi. È un concetto vecchio quanto il calcio, ma che nelle parole di D’Aversa acquista un peso specifico particolare: la sua squadra ha dimostrato di poter competere con chi sta davanti in classifica, ma ha mostrato ancora una certa ingenuità nel gestire i cambi di ritmo della partita. Se da un lato c’è la soddisfazione di aver tenuto testa al Milan, dall’altro prevale la consapevolezza che, in questo sport, la bontà della manovra va spesso accompagnata da una dose superiore di astuzia agonistica. L’augurio, per i tifosi granata che hanno stretto i denti dopo le ultime delusioni, è che questo mix di orgoglio per il gioco espresso e rimpianto per il risultato mancato possa trasformarsi, nelle prossime uscite, in quella concretezza che al momento manca. Il lavoro dello staff, come ha ricordato lo stesso D’Aversa, procede senza clamori, cercando di valorizzare un gruppo che ha tutte le potenzialità per togliersi delle soddisfazioni, a patto di imparare a essere cinici quanto si è stati belli.




