Mélenchon si candida per la quarta volta, la Francia si prepara a un testa a testa tra estremismi
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Redazione Esteri
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Jean-Luc Mélenchon, leader de La France Insoumise, ha scelto il telegiornale delle 20 su Tf1 per ufficializzare una decisione che, a dirla tutta, era nell’aria ormai da mesi: la sua quarta candidatura consecutiva all’Eliseo per le presidenziali del 2027. L’annuncio, arrivato in serata dopo il via libera degli eletti del suo partito, rappresenta un passaggio cruciale nella campagna elettorale più lunga e incerta che si ricordi da tempo, con un paese che si avvia al vello sotto la pressione di crisi internazionali e tensioni sociali profonde.
“Siamo pronti – ha dichiarato Mélenchon, con il consueto piglio teatrale – c’è una squadra, un programma e un solo candidato”. L’uomo, che molti definiscono ormai il “tribuno rosso” per la sua verve oratoria e la capacità di mobilitare le piazze, ritiene di essere “il più preparato” all’interno della sua formazione politica per affrontare lo scenario attuale, da lui descritto come segnato dalla “minaccia di una guerra generalizzata”. Non si è trattato, va detto, di un semplice annuncio rituale: Mélenchon ha subito indicato il Rassemblement National come il “principale avversario”, consegnando ai francesi un’idea chiara della campagna che intende condurre, tutta incentrata su un a corpo con le destre nazionaliste.
Il ricordo del 2022 e il nuovo contesto politico
Per comprendere la posta in gioco, occorre tornare indietro di un lustro, quando Mélenchon sfiorò il ballottaggio per un pugno di voti – poco più di 421mila, per la precisione – classificandosi terzo con il 21,95% alle spalle di Emmanuel Macron e Marine Le Pen. Un’eliminazione al fotofinish che lasciò l’amaro in bocca ai suoi sostenitori, i quali oggi sperano in una rivincita. Stavolta, però, il quadro è profondamente mutato: da un lato c’è un presidente uscente (Macron) che non potrà ricandidarsi, avendo già esaurito i due mandati concessi dalla Costituzione; dall’altro, il Rassemblement National si presenta ai sondaggi come forza favorita, forte di un radicamento territoriale cresciuto negli anni e di una leadership in fase di rinnovamento.
Proprio tra i lepenisti, infatti, si fa strada la giovane figura di Jordan Bardella, atteso a sua volta a una candidatura che molti analisti danno per scontata, in attesa però di capire la sorte giudiziaria di Marine Le Pen. E qui si innesta un elemento di incertezza non secondario: un’eventuale condanna per i presunti illeciti legati ai fondi europei potrebbe escludere la Le Pen dalla competizione, aprendo scenari finora imprevisti. Mélenchon, che avrà 76 anni nel 2027, scommette dunque su un a corpo con l’estrema destra, forte di un programma che miscela pace, agenda green e misure sociali radicali.
L’assenza di un polo moderato credibile
A un anno dal voto, gli osservatori più attenti notano un vuoto nel centro dello scacchiere politico. I moderati che sognavano di emulare Macron – costruendo cioè una piattaforma trasversale capace di attrarre elettori sia dalla sinistra riformista sia dalla destra liberale – sanno bene che questa volta la corsa sarà in salita. Nessuna figura, al momento, ha mostrato la stessa capacità di rottura e di sintesi del presidente uscente. Di conseguenza, lo scenario più probabile delineato dai sondaggi è proprio una sfida tra leader estremisti, con Mélenchon e il candidato del Rassemblement National che si contenderebbero l’accesso al ballottaggio e, infine, l’Eliseo.
Se le cosiddette “profezie che si autoavverano” orientano le scelte elettorali – e spesso accade – la Francia avanza forse sul crinale più scivoloso della sua storia recente. Mélenchon lo sa, e per questo ha scelto di giocarsi il tutto per tutto già dalla fase di lancio della campagna, senza attendere gli umori delle primarie o le mediazioni di coalizione. La sua è una candidatura che non ammette mezze misure: o si vince il duello con le destre, o si consegna loro il paese.
Cronaca di un’annunciata campagna senza esclusione di colpi
L’intervista televisiva su Tf1, va ricordato, non è stata una comparsata qualsiasi. Mélenchon ha utilizzato quel palco per lanciare messaggi precisi al proprio elettorato, richiamando le battaglie storiche della France Insoumise contro il neoliberismo e le disuguaglianze, ma anche per tranquillizzare quegli elettori più moderati che temono una sua deriva troppo radicale. Ha parlato di preparazione, di esperienza, di visione internazionale: insomma, ha tentato di rovesciare il suo principale handicap – l’età e la lunga militanza – in un vantaggio, presentandosi come il vecchio capitano che già conosce ogni insidia del mare in tempesta.
Non ci sono state, nel suo intervento, concessioni alla retorica della “unità dei popoli” o ai luoghi comuni sul dialogo tra le sinistre: il messaggio è stato secco e diretto. La sinistra radicale francese, divisa tra molteplici sigle e personalismi, ha dunque trovato in lui un punto di coagulo inevitabile, per quanto discusso. Gli sviluppi giudiziari della prossima anno – nessuno può escluderli – potrebbero però stravolgere il campo da gioco, come già accaduto in passato per altri esponenti politici transalpini. Per ora, Mélenchon c’è, e la sua quarta candidatura scrive un nuovo capitolo di una storia d’amore e odio con le istituzioni francesi.




